BANDA LARGA
IN ARRIVO, ATTENTI ALLE IDEE STRETTE

30 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
Il mondo viaggia in banda larga. Guai, però, se le idee restano strette. Parola di Carlo Mario Guerci, vice presidente esecutivo di Thinktel, quel pensatoio che, a fatica, cerca di tener dietro a quanto cambia nel mondo delle tlc e di far da mosca cocchiera alla pattuglia, non sempre in palla, di ex monopolisti e nuovi protagonisti italiani del settore.

«Un mondo in banda larga», scritto e riscritto da Guerci più volte nel corso degli ultimi, vorticosi mesi per tener conto di tutto quanto sta cambiando, è una sorta di guida, presentato ieri con il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, per capire tutto quanto sta avvenendo ed avverrà, sia dalle parti di Fastweb o di altri sfidanti che, soprattutto, in Telecom Italia di qui al consiglio dell’8 marzo. E vediamo come e perché.

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1) Tutto, naturalmente, parte dallo sviluppo di Internet e del web che rende possibile lo sviluppo di reti di nuova generazione che consentiranno di trattare allo stesso modo voce, dati e video. «Le telecomunicazioni – scrive Guerci – si stanno evolvendo da un business integrato verticalmente a uno integrato orizzontalmente». Nel primo caso, i servizi sono insiti nella Rete, di cui i provider di accesso fanno da guardiani. Nel secondo, il valore dei network sta nelle applicazioni… «Questa separazione consente a nuovi protagonisti, vedi gli Asp (Application service provider, leggi i vari Yahoo!, Microsoft e Google) di competere ad armi pari con i servizi offerti dagli operatori di rete. Ma con una potenza di fuoco eccezionale.

2) L’innovazione tecnologica, ancora una volta, sarà dunque il motore del cambiamento del business delle telecom. Fonte di gioie e di dolori, come è accaduto nei dieci, ultimi, incredibili anni. Senza voler riassumere le precedenti puntare, basti dire che all’appuntamento tutte le telecom europee si presentano dopo aver intrapreso programmi più o meno dichiarati di riduzione dei costi. Oltre ai disinvestimenti delle attività immobiliari o satellitari, ad esempio, Telecom Italia ha tagliato in questi anni più di 2,2 miliardi di costi nel «reeingineering» dei processi. E il numero dei dipendenti, tra il 2000 e il 2005, è sceso del 25 per cento. Ma questo non scioglie il dilemma: come ottenere i ricchi margini «tradizionali», necessari sia per i dividendi che per gli investimenti, con i servizi innovativi.

3) Gli esempi dei cugini europei dicono al tempo stesso molto e poco. Prendiamo il caso inglese, il più seguito anche perché preceduto dalla distinzionale funzionale (non proprietaria) della rete dall’attività del gestore. Bt ha affrontato per prima il calo dei ricavi dalle attività tradizionali della telefonia fissa. Ed ha perciò lanciato per prima i servizi innovativi, la new wave. Purtroppo, la crescita del fatturato della «nuova onda» (+65 per cento ma su volumi ridotti) non ha affatto compensato la ritirata dai ricavi più tradizionali (-15 per cento). Il risultato è che l’Ebitda è sceso dal 32 per cento del 2002 al 28 per cento del 2006. Il nuovo, insomma, paga. Ma costa.

4) Altro esempio: la Germania. Qui l’incumbent, Deutsche Telekom, conta su una quota del mercato retail più forte che altrove (il 77 per cento). Un primato messo a dura prova, però, sul fronte di T-Online costretta ad un cospicuo taglio di tariffe per reggere il passo della concorrenza. Ma in questo caso ci ha pensato il Parlamento che, sfidando le ire della Ue, ha concesso a Dt di non concedere «provvisoriamente» agli altri operatori l’accesso alla nuova infrastruttura ibrida ottica/vdsl e la prossima offerta ibrida Iptv/Dvb-T (Digital video broadcast – Terrestrial). La levata di scudi tedesca a favore dell’incumbent è parente delle scelte più recenti della Fcc americana che ha favorito la riaggregazione delle ex mama Bell company limitando l’obbligo del diritto d’accesso ad altri competitors.

5) Ecco la cornice in cui si gioca la grande partita delle telecom italiane. Lo sviluppo tecnologico impone, spiega Guerci, «un ripensamento molto profondo della regolamentazione, anche perché i modelli di business procedono molto più rapidamente delle scelte regolamentari». Oltre, ovviamente, a un azionariato solido e un management ben determinato. Dello stesso avviso Gentiloni che punta l’indice sulla necessità di «risolvere l’esigenza della remunerazione degli investitori che si faranno carico di realizzare le reti di futura generazione». Una sua ricetta il ministro delle Comunicazioni ce l’ha: «Il paese – ha spiegato – ma anche gli operatori, l’incumbent (Telecom) e l’autorità sono chiamati a fare sistema per realizzare le reti di nuova generazione. L’Italia deve trovare la sua strada che però non sarà la strada tedesca». Una decisione, quella della privatizzazione dell’accesso, bocciata da Gentiloni che ha ricordato come la riforma presentata dal governo «contiene invece un principio ispiratore che parla di parità di accesso degli operatori al sistema».

6) Non ci sarà, chiude Guerci, una killer application nel prossimo futuro delle telecom a cui aggrapparsi per sviluppare il fatturato. Bisogna puntare sulle imprese, terreno su cui TI è in ritardo. E sul business sociale: e-learning, sanità a domicilio (o, con pieno rispetto della privacy una cartella sanitaria elettronica) turismo digitale. Ma qui ci deve pensare, facile obiezione, la domanda pubblica. Giusto. Anche lo Stato, oltre ai vari Ruggiero e Buora, deve avere idee «larghe» ai tempi della banda larga.

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