Banche Usa: profitti mai così alti dal 2007. Ma il 10% rischia il fallimento

1 Settembre 2010, di Redazione Wall Street Italia

Una buona notizia dagli Sati Uniti c’è, ed è quella che parla di un miglioramento dei profitti delle banche americane, le stesse per le quali si è temuto tanto per la loro stessa sopravvivenza nel periodo tragico del “credit crunch”.

Numeri alla mano, la Federal Deposit Insurance Corp -l’agenzia garante dei depositi bancari – ha reso noto che il settore bancario americano ha riportato i profitti trimestrali più alti dal 2007: di fatto, le banche commerciali e gli istituti di risparmio della nazione hanno messo a segno nel secondo trimestre de 2010 – periodo aprile-giugno- utili per 21,6 miliardi di dollari, contro il passivo di 4,4 miliardi di dollari relativo allo stesso periodo dell’anno precedente. E quasi due tra tre banche hanno assistito a un miglioramento degli utili su base annua.

Questa la buona notizia: “Fino a quando le condizioni economiche rimarranno di sostegno, la maggior parte degli istituti dovrebbe continuare a preservare la propria redditività e aumentare la capacità di erogare i prestiti”, ha detto Sheila Bair, numero uno dell’FDIC, in un’intervista rilasciata al Los Angeles Times.

Questa la buona notizia, che si conferma però anche un espediente per aiutare a digerire la notizia che viene dopo, ovvero quella cattiva. E la stessa Bair si fa portavoce anche della cattiva notizia. “829 banche americane rischiano il fallimento”. Ergo, il 10% delle banche degli Stati Uniti.

Esattamente: alla fine di giugno, 829 delle 7.800 banche Usa erano presenti nella “problem list”: a dispetto dei profitti in crescita, il numero delle banche “con problemi” o per essere più chiari a rischio di fallimento è dunque aumentato dalle 775 banche sotto osservazione alla fine dei primi tre mesi del 2010.

“Senza alcun dubbio, il settore fa fronte ancora ad alcune sfide”. Ha ammesso Bair. D’altronde, è vero che gli utili riportati dalle banche americane sono stati i più elevati dall’estate del 2007; tuttavia è anche vero che la somma rimane ben inferiore alla soglia dei 30 miliardi di dollari che il settore ha superato per ben 17 trimestri consecutivi prima di essere messo in ginocchio dalla crisi dei mutui, che ha anticipato la peggiore depressione dagli anni Trenta.

In più, altro cruciale punto da non sottovalutare, il portafoglio prestiti continua ancora a calare, fattore che riflette sia la riluttanza delle banche a erogare prestiti sia la debolezza della domanda che ha per oggetto gli stessi prestiti.

Detto questo Christopher Whalen, responsabile della società di ricerca di marketing presso Institutional Risk Analytics di New York, afferma che “la buona notizia è che la crisi immediata è passata”. Anche qui però il “ma” non manca, visto che “le prospettive per i prossimi due anni parlano di una fase di consolidamento e di…”Pulizia”.

L’outlook appare ancora meno incoraggiante, se si aggiunge che nel mese di agosto appena trascorso l’indice che misura le 24 banche principali americane è sceso di ben l’11% scontando il timore dell’arrivo di una altra recessione, di una “double dip” per intenderci, che avrebbe ovviamente l’effetto di azzerare i progressi fin qui fatti e di riportare gli istituti in un ennesimo buco nero della crisi.

E che dire poi del “return on assets” – (ROA), indice di bilancio che misura la redditività relativa al capitale investito o all’attività svolta? In media, applicato alle banche californiane, la misura equivale a un terzo rispetto a quella nazionale, come ammette Ross Waldrop, analista bancario senior dell’Fdic.

Infine, dei dieci stati americani che presentano il secondo peggiore risultato trimestrale, sette fanno parte del dodicesimo distretto della Federal Reserve, di cui fanno parte gli stati, noti per la loro difficoltà a riprendersi, dell’Arizona e del Nevada. Di quest’area, fanno parte in tutto nove stati, che assistono ancora ai cali più sostenuti del prezzi delle case in tutto il paese.

(Art. in fase di scrittura)