Banche tedesche: paura sull’esposizione al sud Europa

10 Giugno 2010, di Redazione Wall Street Italia

Tra investitori ed economisti sta montando sempre di piu’ la preoccupazione verso il sistema bancario tedesco. A minacciare lo stato di salute delle finanze del settore e’ l’esposizione ai paesi indebitati del sud Europa. E poco importa se, grazie alla bella performance delle esportazioni, l’economia dello stato guidato da Angela Merkel procede sulla strada giusta.

I numeri che danno voce a queste paure non mancano. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha fatto due conti: il debito greco rappresenta lo 0.5% del totale degli asset del comparto creditizio di Berlino. Si tratta di una cifra inferiore di quanto registrato in Francia (0.8%). Ma il punto e’ che, prendendo in considerazione anche Portogallo e Spagna, e’ proprio la Germania a risultare il paese con la piu’ alta esposizione all’Europa, pari a $330.4 miliardi o il 10.1% degli asset complessivi di tutto il sistema bancario.

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“Il mio piu’ grande timore per la Germania e’ il sud Europa e le conseguenze che ci sarebbero potute essere per le banche tedesche se Atene fosse stata lasciata fallire”, ha detto Michael Burda, professore di economia alla Humboldt University di Berlino.

“I bilanci delle banche tedesche sono gia’ in cattive acque a causa dei loro asset legati ai subprime. Se a cio’ si aggiunge l’esposizione ai debiti sovrani, un problema di sicuro si viene a creare. Quanto sia grosso, o come il governo potrebbe gestirlo, e’ difficile a dirsi”, ha commentato Felix Hüfner, economista dell’Ocse.

Insomma, quello che gli esperti temono e’ semplice: se Germania, o Spagna e Portogallo, mancheranno nell’onorare i loro impegni sul debito, molte banche tedesche potrebbero aver bisogno di un supporto. Questo significa che le finanze statale potrebbero peggiorare.

“I problemi dei paesi europei periferici potrebbero arrivare a contagiare la Germania. Dobbiamo preoccuparci di questo. Dopo tutto non sarebbe improbabile che le casse federali degli Stati Uniti venissero infettate dai problemi del settore privato”, ha aggiunto Jamie Stuttard, a capo del fixed income di Schroders.

Chris Iggo, capo investimenti di Axa Investment Management a Londra, non esclude che lo stato debba correre in soccorso del sistema bancario in Germania nel caso in cui si verificasse un default. “Queste cose possono succedere. Lo abbiamo osservato con la spagnola CajaSur, salvata il 22 maggio scorso. Ci saranno sempre deboli operatori sul mercato. Il governo fara’ un passo avanti prendendone il controllo”, ha aggiunto.

Ad aggiungere ulteriori preoccupazione e’ anche la carenza di trasparenza del sistema finanziario tedesco. Mentre sia Germania sia Francia, insieme alla Svizzera, siano tutti esposti al sud Europa, nel primo caso c’e’ stata una certa riluttanza nel lasciar trapelare le proprie partecipazioni. Stando alle stime di RBC Capital Market, lo scorso giugno gli isituti del paese avevano alzato i veli solo sul 25% della loro esposizione complessiva alla Grecia contro il 70% di Parigi.

Stuttard ha sostenuto che un simile atteggiamento rappresenta “un importante problema” e fa si che si inizi a lanciare un parallelo con la crisi americana dei subprime. “Una delle ragioni per cui il mercato bancario in Europa sia nervoso e’ il fatto che nessuno conosce precisamente quali banche hanno cosa in pancia, aspetto molto simile a quello che si verifico’ nella seconda parte del 2008 negli Stati Uniti”, ha specificato l’esperto.

Anche Jeremy Beckwith, capo investimento dell’inglese Kleinwort Benson, la pensa cosi’. “Ogni sei mesi l’Ocse pubblica i suoi rapporti sull’economia globale e ogni sei mesi ribadisce che le banche del Vecchio Continente non hanno ancora scritto nero su bianco i debiti cattivi che hanno accumulato nel corso degli ultimi due-tre anni. Questo e’ il primo fattore di crisi. Purtroppo e’ quasi sempre vero che quando ci sono problemi nel credito, le banche tedesche ne sono coinvolte”.

“E’ chiaro che le istituzioni tedesche hanno grandi esposizioni alle emissioni del Mediterraneo. Ma no si puo’ credere che esse si possano permettere maggior trasparenza perche’ i numeri potrebbero terrorizzare chiunque”, ha concluso Beckwith.