BANCHE: SARANNO SOLIDE, MA STROZZANO LE AZIENDE

6 Ottobre 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Prima la paura, anzi il terrore. Poi la mancanza assoluta di fiducia. Quindi il recupero di una discreta fiducia con la stabilizzazione del sistema bancario e l’emergere di dati meno drammatici. Quindi di nuovo l’incertezza mista a paura che i segni positivi cedano il passo di nuovo alla crisi più nera.

È proprio quest’ultimo lo stato d’animo che prevale in questo momento in buona parte del mondo, specialmente occidentale. L’incertezza fa riemergere la paura essenzialmente per un motivo: per la prospettiva che l’onda lunga della disoccupazione, della chiusura delle fabbriche specialmente piccole e medie non si sia esaurita e che anzi debba ancora sviluppare tutta la sua forza negativa.

È una preoccupazione che si percepisce sia che si parli con i maggiori banchieri italiani, da Corrado Passera di Intesa Sanpaolo ai più diretti collaboratori di Alessandro Profumo di Unicredito, ma anche con i capi delle banche del territorio, le popolari, che tanto piacciono al ministro dell’Economia Giulio Tremonti; sia che si parli con imprenditori attenti e saggi come Fedele Confalonieri di Mediaset, che attraverso la rete di vendita della pubblicità ha un bel termometro per misurare la febbre del momento.

Ma a invitare alla massima attenzione, a non abbassare la guardia e a valutare che il lavoro di risanamento e rilancio sia ancora in buona misura da compiere sono anche i capi dei grandi organismi internazionali, come Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse, che in un buon italiano da Parigi ha partecipato alla puntata di giovedì 1 ottobre di Partita doppia, il programma di grande successo di Class Cnbc. «No, non abbiamo ancora finito il lavoro e anzi siamo in un momento delicatissimo: perché, se sbagliassimo i tempi dell’interruzione di aiuti all’economia da parte dei governi, si rischierebbe una profonda ricaduta, come del resto se non comprendessimo quando sarà il momento di fermarsi da parte dei governi, andremmo inevitabilmente incontro a conseguenze pesanti sul piano dell’inflazione».

Insomma, chi si sta assillando e assilla gli altri per la cosiddetta exit strategy appare fuori tempo. C’è ancora del lavoro da fare per uscire davvero dalla crisi e al momento i governi non possono, non devono interrompere la loro azione, anche se devono guardare molto di più al sistema produttivo che a quello bancario e finanziario, come hanno fatto un anno fa, quando il sistema bancario internazionale (non quello italiano) era a pochi centimetri dal burrone.

Per questo motivo, non affascina particolarmente la diatriba del bravissimo ministro Tremonti con le banche. Pur essendo il sistema bancario italiano enormemente più solido di quello degli altri Stati, dall’America alla Gran Bretagna, alla Germania, il governo italiano si era prontamente mosso per garantire l’immissione di capitali sotto forma di obbligazioni nelle banche che ne avessero avuto bisogno, i cosiddetti Tremonti bond. Ma a parte il Banco popolare di Verona e la Popolare di Milano, dopo aver preso in considerazione l’ipotesi, nei giorni scorsi sia Intesa Sanpaolo che Unicredito hanno deciso che non ne avevano bisogno e che potevano fare da soli con emissioni di obbligazioni miste o veri e propri aumenti di capitale.

Nella decisione di Intesa Sanpaolo, che si definisce banca del Paese e che collabora costantemente con il governo, c’è in primissimo luogo la valutazione di eccessiva onerosità relativa dei Tre-bond, come il nome è stato sintetizzato. Nel caso di Unicredito, banca che si considera quantomeno europea e non italiana, c’è probabilmente in primo piano, oltre alla valutazione economica, il desiderio di non sottostare alle condizioni poste da Tremonti per chi chiede che lo Stato sottoscriva i Tre-bond a favore della banca.

Dal punto di vista di Tremonti, che nel tempo ha criticato la dimensione eccessiva raggiunta da alcune banche, sia Intesa Sanpaolo che Unicredito hanno preso una decisione contro il sistema produttivo, poiché i soldi che sarebbero arrivati dallo Stato avrebbero dovuto essere iniettati sotto forma di prestiti nel sistema produttivo. Il punto di vista delle banche è diverso: dal sistema bancario sono già stati stanziati sufficienti fondi per dare credito a chi ne ha bisogno e che ha anche la capacità di restituirlo. Se le banche seguissero criteri diversi, farebbero esplodere, questa volta anche in Italia, una crisi irrecuperabile.

Un punto di vista decisamente opposto a quello di Tremonti, il quale ha anche sostenuto che, in quanto di grandi dimensioni, le maggiori banche italiane hanno perso il rapporto con il territorio e quindi con il sistema produttivo, oltre a praticare condizioni quasi da usura. In base a costanti monitoraggi del mercato, in realtà MF/Milano Finanza ha potuto constatare che il credito in assoluto non manca, ma che in non pochi casi (e anche nelle banche più piccole o del territorio) le condizioni praticate sono molto pesanti, vanificando lo sforzo delle autorità mondiali di far scendere quasi a zero il costo del denaro perché, attratti da questi tassi mai registrati prima nel mondo capitalistico, gli imprenditori e gli investitori fossero disponibili a chiedere credito per riprendere gli investimenti, che sono sempre il primo motore ad accendersi per la ripresa.

In alcuni casi, Milano Finanza ha riscontrato anche l’applicazione di spread del 9%, vicini all’usura, da sommare al tasso Euribor che è inferiore all’1%. E queste pratiche sono emerse in classiche banche del territorio. La giustificazione da parte di una banca del territorio del Nord con sportelli anche nel Centro e nel Sud d’Italia è stata sconcertante, anche perché è venuta dal capo delle operazioni, banchiere di lunga esperienza e saggezza: oggi raccogliere denaro costa moltissimo e quindi per guadagnare non si possono applicare spread inferiori ai 2-3 punti percentuali.

Ma se il rendimento dei Bot è quasi a zero, non si capisce perché la raccolta diretta debba essere carissima proprio per le banche del territorio, tale da caricare ben tre punti di spread. Si potrebbe comprendere se questo fosse il trattamento riservato a chi ha un merito di credito pessimo, ma in realtà questi spread vengono imposti a prenditori di qualità, mentre a quelli con problemi di solidità vengono appunto applicati anche spread del 9%.

Questa è la dimostrazione che le banche non sono aziende come le altre: la fluidità e la velocità di circolazione del denaro per creare ricchezza e quindi altro denaro sono nello loro mani e anche quando le autorità monetarie decidono di portare il costo del denaro quasi a zero, esse spesso non rinunciano a mantenere il costo per i prenditori migliori allo stesso livello in cui era quando Euribor o altri tassi ufficiali erano pari a vari punti.

In altre parole, il dialogo/scontro fra il ministro Tremonti e le banche dovrebbe spostarsi su questi temi concreti più che sul fatto che le due grandi banche del Paese hanno deciso di non attingere ai Tre-bond per rafforzare il loro patrimonio. Con la dialettica che lo distingue e l’intelligenza sfavillante, il ministro Tremonti avrebbe potuto capovolgere i termini del suo ragionamento e dichiararsi ampiamente soddisfatto di quanto accaduto: e cioè che il tempestivo intervento del governo a favore della stabilità del sistema bancario ha consentito al sistema stesso, già di per sé solido, di ristabilire la completa fiducia del pubblico dei risparmiatori e degli investitori, che ora sono pronti a sottoscrivere obbligazioni subordinate (equiparate per certi parametri patrimoniali a capitale) o addirittura aumenti di capitale. Ma dato atto di tutto ciò, il ministro Tremonti, in sintonia con la Banca d’Italia, dovrebbe denunciare il verificarsi dei comportamenti descritti sopra, pur senza limitare la libera intrapresa delle banche.

Quelle banche che applicheranno spread vergognosi, alla caccia di guadagni immediati, nel tempo se ne dovranno pentire perché, se finalmente funzionerà nel Paese una reale concorrenza fra banche, i clienti lasceranno gli istituti più esosi e arroganti anche nei momenti in cui, lo sanno anche gli studenti del primo anno di economia, che se non c’è credito per chi è in difficoltà dalla crisi non si esce. Anzi, deve esserci soprattutto per chi è in difficoltà.

Le banche hanno paura di non riavere indietro i soldi? Se la crisi dovesse riesplodere, le loro perdite saranno assai più gravi di quanto potrebbero essere quelle di qualche piccola e media azienda che nonostante il credito ricevuto non ce la facesse. Proprio per la loro natura, che Guido Carli definiva sociale e non solo economica, le banche devono dare il massimo aiuto al sistema economico proprio nei momenti di difficoltà. E i tre-quattro mesi che verranno saranno cruciali.

Come ha spiegato nei giorni scorsi l’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, che pure ha grandi responsabilità nella crisi ma ha capacità di analisi da vendere, l’ultimo trimestre segnerà una fortissima crescita dell’economia americana, sia sotto la spinta della ricostituzione delle scorte, ormai ampiamente esaurite, sia per il confronto con un periodo dell’anno precedente in cui l’economia colò a picco. Ma proprio per queste ragioni, una crescita così forte non continuerà nel 2010; anzi, Greenspan prevede che la crescita sarà modestissima se i governi non continueranno a sostenere l’economia.

Quanto mai opportuna è stata quindi la sortita del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, a proposito del sostegno che continuerà per il settore dell’auto, così come faranno tutti i Paesi con grandi fabbriche automobilistiche. Ma il sostegno all’auto, pur importante essendo un comparto chiave del sistema produttivo e coinvolgendo dall’industria di base dell’acciaio a quella chimica della plastica, all’elettroni-ca, non basta.

Occorre che altri fondi siano immessi dallo Stato nel sistema produttivo generale. Una ricetta che sia Berlusconi che Tremonti condividono, ma che finora hanno potuto applicare solo marginalmente, viste le condizioni del bilancio statale. Ora c’è però la grande opportunità dello scudo che potrebbe fruttare, per il rientro dei capitali e dei patrimoni, da 5 miliardi euro in su di una tantum, più il gettito annuale a regime. L’una tantum dovrebbe essere interamente destinata al sostegno dell’economia, in direzione delle imprese e delle famiglie, in modo da limitare il fenomeno della disoccupazione e rilanciare i consumi.

Oggi il mondo e l’Italia stanno molto meglio di un anno fa, ma perché non si torni indietro è necessario seguire il consiglio del segretario generale dell’Ocse, che peraltro nell’intervista ad Andrea Cabrini ha espresso personale fiducia nell’economia e nel governo italiano: occorre non abbassare la guardia e immettere capitali nel sistema. Naturalmente continuando a vigilare sulle banche, rinunciando a polemizzare su fenomeni che sono di segno positivo, visto che se Intesa Sanpaolo ne avesse avuto bisogno, stia sicuro il ministro Tremonti che Passera non avrebbe rinunciato ai Tre-bond. Diverso è il discorso su Unicredito.

P.S./1 Man mano che la crisi appare meno dura, si riaprono i grandi dossier del sistema Italia. Primo fra tutti quello su Telecom Italia. E i banchieri d’affari si sono rimessi all’opera. La migliore idea oggi sul mercato è quella che pensa a una fusione con un’altra telecom europea o anche di altro Paese, di taglia simile a quella italiana, escludendo naturalmente Telefonica che, rispetto a TI, è un colosso opprimente. Ma ci sono società con queste caratteristiche per sposarle con Telecom Italia? Ci sono, ci sono. Per esempio, Telekom Austria.

P.S./2: L’appuntamento fra Intesa Sanpaolo ed Exor per proseguire la trattativa per Banca Fideuram era fissato dopo il consiglio dell’istituto milanese del 29 settembre. Se da Exor arriverà un’offerta interessante, Intesa Sanpaolo è sempre disposta a cedere Banca Fideuram. Altrimenti tornerà al vecchio progetto della quotazione in borsa.

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