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Nel 2026 la partita più interessante per il settore bancario potrebbe giocarsi lontano dagli sportelli: sarà il risiko delle fusioni e acquisizioni a dettare il ritmo in Borsa. Se davvero andranno in porto due o tre grandi operazioni, gli istituti italiani avrebbero buone chance di fare meglio dei concorrenti europei.
A sostenerlo è David Benamou, chief investment officer di Axiom Alternative Investments, che vede nell’M&A un motore capace di ridisegnare la mappa del credito e di alimentare una nuova fase di rivalutazione in Piazza Affari.
Banche: fusioni come leva di efficienza (e di profitti)
Secondo Benamou, l’impatto delle operazioni straordinarie sul mercato è generalmente positivo. Creano gruppi più solidi, con costi sotto controllo e un uso del capitale più mirato, e spesso portano a un re-rating in Borsa. I colossi nazionali – Intesa Sanpaolo e UniCredit – sono posizionati per beneficiare più di altri di questo scenario: dopo eventuali integrazioni, spiegano le analisi di Axiom, il loro Roe potrebbe tranquillamente superare il 12-14%.
Nel breve periodo, certo, non mancano gli scossoni: offerte concorrenti, rilanci a sorpresa o interventi del governo possono rendere nervosi i titoli coinvolti. Ma a medio termine il quadro resta favorevole: il rally del settore, che nel 2025 dovrebbe aver portato a un +58% per le banche europee, troverà nel 2026 un anno di consolidamento, con un potenziale ulteriore rialzo dell’8-10% a cui va aggiunto un ricchissimo rendimento cash nell’ordine del 9-10%.
Il contesto resta solido, anche se meno “esplosivo”
La spinta degli ultimi anni non scomparirà improvvisamente. Il settore continua a beneficiare di margini di interesse elevati, qualità degli attivi robusta e una redditività da record: per le grandi italiane, il ROE medio atteso per il 2025 dovrebbe oscillare intorno al 15-16%. Con tassi BCE attesi stabili attorno al 2% nel 2026 e un’inflazione in discesa verso l’1,7%, il margine di intermediazione potrebbe stabilizzarsi o crescere leggermente, sostenuto dalla ripartenza dei prestiti e da commissioni in aumento.
La normalizzazione della politica monetaria e una crescita economica moderata dell’eurozona (circa l’1%) impediranno però un’altra cavalcata come quella del biennio precedente. Il 2026, insomma, potrebbe essere un anno più “razionale” che spettacolare.
Perché l’Italia resta un terreno fertile
Le banche italiane continuano ad attirare gli investitori: i coefficienti patrimoniali sono robusti, con un Cet1 medio oltre il 15%, e le politiche di remunerazione rimangono tra le più generose in Europa. Dividendi e buyback garantiscono infatti rendimenti nell’ordine del 9-10%. A questo si aggiunge la tendenza al consolidamento, che sta rafforzando ulteriormente i due big del settore.
Le valutazioni, ancora relativamente contenute (P/E 2026 attorno a 9x), potrebbero favorire una sovraperformance rispetto al resto del listino. Rimangono però alcuni elementi da monitorare: un possibile aumento, seppur moderato, dei crediti deteriorati e le incertezze geopolitiche che potrebbero raffreddare l’entusiasmo.
Un 2026 a caccia di nuove intese
Per Benamou, le fusioni resteranno il principale catalizzatore del comparto. Il 2025 ha già dato un assaggio della direzione del mercato, tra l’offerta di UniCredit su Banco BPM, le mosse di MPS su Mediobanca e le manovre di Mediobanca su Banca Generali. E il trend sembra destinato a proseguire. In un settore storicamente frammentato come quello italiano, la BCE continua a incoraggiare il consolidamento per costruire gruppi più efficienti e resilienti.
Il prossimo anno, dunque, potrebbe diventare decisivo per capire quali pezzi della scacchiera bancaria italiana si muoveranno. Con un vantaggio non trascurabile per chi saprà giocare d’anticipo.