Banche e subprime: ecco come Morgan Stanley ha truffato

13 Maggio 2010, di Redazione Wall Street Italia

È arrivato il turno di Morgan Stanley. Anche la prestigiosa banca d’affari americana è sotto il microscopio degli inquirenti per aver condotto operazioni non del tutto trasparenti nel settore mutui immobiliari, cartolarizzazioni e connessi, in particolare su pool di obbligazioni CDO (collateralized-debt obligations).

La dinamica sarebbe la stessa seguita da Goldman Sachs: la banca avrebbe impacchettato dei prodotti finanziari che includevano vari titoli immobiliari con il marchio di fabbrica Morgan Stanley e con rendimenti considerati quasi sicuri secondo le agenzie per la valutazione del credito.

Peccato però che la banca abbia poi giocato contro questi stessi titoli derivati, pacchetti non enormi, del valore di circa 200 milioni di dollari ciascuno, accumulando enormi profitti a scapito dei suoi clienti originari.

Per ora non vi sono dettagli. Le accuse formali contro Morgan Stanley non sono ancora partite, ma secondo indiscrezioni raccolte dal Wall Stree Journal è questione di poco.

Una curiosità però è trapelata: le operazioni in questione erano chiamate dai trader di Morgan Stanley con il soprannome di “Dear Presidents”, perché a differenza di nomi più astratti e asettici scelti da Goldman, come Abacus, quelli scelti da Morgan Stanley portavano i nomi degli ex presidenti James Buchanan e Andrew Jackson.

I titoli sono poi stati sottoscritti e venduti al pubblico attraverso le reti di vendita di Citigroup e della svizzera Ubs.

Le autorità sottolineano che per ora si tratta di inchieste preliminari, di simili ne partono a decine ogni anno senza che poi si arrivi necessariamente a nulla, anche perché provare la frode nei confronti dei clienti è molto difficile.

I profitti accumulati da quelle operazioni sono poi stati cancellati dalle perdite di 9 miliardi di dollari che la banca ha accumulato durante la crisi 2007-2009.

Un portavoce di Morgan Stanley ha precisato che l’istituto non ha ricevuto la “Wells Notice”, il documento con cui la Sec segnala a una società l’intenzione di formalizzare un’accusa. Da Tokyo, dove si trova in viaggio, l’amministratore delegato James Gorman ha detto che «non siamo stati contattati dal dipartimento di Giustizia a proposito di transazioni menzionate dall’articolo del Wall Street Journal e non siamo al corrente di alcuna indagine del dipartimento di Giustizia».

Ma a Wall Street le voci dicono che l’inchiesta andrà avanti a piano piano finirà per colpire un po’ tutti gli istituti.

È chiaro che quest’atmosfera porta attenzione alla necessità di riforma per il sistema finanziario, in discussione molto a rilento al Senato. Proprio ieri Barack Obama ha diramato una nota in cui attacca i senatori che cercano di emendare «la creazione di un’agenzia per la protezione dei consumatori: in queste situazioni di mercato è essenziale proteggere i deboli».

Obama si riferiva anche alla volatitità degli ultimi giorni, non solo agli scandali finanziari/immobiliari. Proprio su quel fronte le autorità di regolamentazione hanno affermato in Congresso che si dovranno migliorare sia il coordinamento che la qualità dei “fusibili”, i “circuit breakers”, che dovrebbero togliere la corrente quando gli scambi rischiano di scappare fuori di mano come è successo giovedì scorso.