BANCHE E RISPARMIO GESTITO IL GIOCATTOLO S’È ROTTO

8 Ottobre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Dal 1994, il patrimonio gestito dagli investitori istituzionali italiani (fondi comuni, assicurazioni, gestioni patrimoniali e fondi pensione) è quadruplicato, superando i 1.000 miliardi di euro a fine 2003: 76% del Pil; un terzo della ricchezza finanziaria delle famiglie. Con questa crescita imponente, l´industria del risparmio gestito ha finanziato il risanamento di banche e assicurazioni.

Dieci anni fa, quella del credito era un´industria in declino: dal 1994 al 2003, il margine di interesse delle banche italiane, al netto di rettifiche e accantonamenti sui crediti, è cresciuto di 2,7 miliardi di euro: solo l´1,4% annuo. Nello stesso periodo, nonostante i costi operativi siano lievitati di 10 miliardi, il risultato di gestione al netto delle rettifiche è migliorato di 9,5 miliardi.

L´aumento della redditività è frutto della crescita esponenziale dei ricavi da servizi (in primis, commissioni e servizi di gestione): oltre 7 miliardi in più, con un incremento medio annuo di 15,2%. Nel 1994 le banche incassavano dai servizi solo 14 euro ogni 100 di interessi netti, oggi sono diventati 43. Per le nostre banche, il risparmio gestito è stato come la manna dal cielo. Alle assicurazioni è andata anche meglio: le riserve tecniche del ramo vita (le polizze sono spesso puri strumenti finanziari) sono cresciute a un tasso medio del 22%.

Per raccogliere la manna, però, banche e assicurazioni si sono trasformate in gigantesche reti di distribuzione dedicate alla vendita al dettaglio. Hanno costruito però reti molto costose, illudendosi che gli elevati margini generati dal risparmio gestito potessero durare all´infinito. Ma è stata solo l´eccezionalità dei rendimenti delle attività finanziarie (dal 1993 a fine 2000, i Btp hanno reso mediamente il 9.7%; le azioni europee il 21%) che ha fatto digerire ai risparmiatori, senza problemi, commissioni salate.

Adesso siamo in una fase di bassa crescita, bassa inflazione e bassi rendimenti; e il giocattolo si è rotto. Stabilire il costo effettivo della gestione è difficile, anche perché dipende dall´andamento dei mercati. È possibile però stimarlo. L´anno scorso, il costo complessivo dei fondi comuni è stato pari all´1,34% del patrimonio in gestione (indagine Mediobanca). Si ottiene un valore analogo facendo il rapporto tra le commissioni e ricavi da distribuzione delle maggiori cinque banche e il loro patrimonio gestito (bilanci 2003).

Queste valutazioni non comprendono i costi di negoziazione o di collocamento: così, è ragionevole stimare che i ricavi complessivi per banche e Sgr raggiungano almeno l´1,45%. Per le assicurazioni si può valutare il costo di gestione come differenza tra le somme versate dai detentori delle polizze, e i rendimenti retrocessi loro nel tempo (premi incassati, più profitti trasferiti dal conto non tecnico, meno somme pagate e variazione delle riserve). Su un campione di compagnie quotate, il costo è di 3,6%. Dato il peso delle assicurazioni nel settore, il costo complessivo dell´industria delle gestioni è stimabile in 2%.

Oggi, i 1,000 miliardi di risparmio gestito sono investiti per il 23% in liquidità, 59% in obbligazioni (scadenza media circa 4 anni), e 18% in azioni. Ai tassi attuali (liquidità 2%, obbligazioni a 4 anni 3,2%), e ipotizzando che i rendimenti delle azioni tornino alla media secolare (sei punti più dell´inflazione, cioè 8%), questo enorme portafoglio dovrebbe rendere il 3,8%.

Sottraendo i costi di gestione e le imposte, pur nella migliore delle ipotesi (1,45% di costi), il rendimento del risparmio, al netto dell´inflazione, sarebbe negativo. Se anche i tassi salissero di un punto, e la quota di azioni arrivasse al 25%, si collocherebbe intorno allo 0,7%: meno del Tfr; la metà del necessario per tenere il passo con la crescita dei salari reali (almeno l´1,5%).

Non ci sono più margini per crescere alle spalle del risparmio gestito. Per evitare che gli investitori disertino in massa, l´industria deve tagliare drasticamente i costi di distribuzione, per poi ridurre quelli di gestione; e migliorare efficienza e qualità dei prodotti. Ricorrere a strumenti complessi, come obbligazioni strutturate o polizze index-linked, solo perché la complessità permette di lucrare margini elevati, è un espediente di breve periodo.

Puntare alle risorse del Tfr e della previdenza integrativa per sostenere il flusso dei ricavi, sarebbe scellerato. Naturalmente si può sempre sperare in una nuova bolla della borsa che sistemi tutto. Ma la manna dal cielo cade una volta sola.

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