Azioni vs bond: la rotazione settoriale in vista del 2011

31 Dicembre 2010, di Redazione Wall Street Italia

Vendere bond scommettendo con punte di entusiasmo sull’azionario. E’ quanto osservato nelle ultime settimane.

Stando all’ultima misurazione dell’American Association of Individual Inevstors, l’umore degli operatori bullish (ottimisti) e’ di nuovo balzato al 53%. Si tratta del 14esimo rialzo settimanale consecutivo in cui il dato si e’ mantenuto al di sopra della media di lungo termine del 39%. Non si aveva una strisca cosi’ lunga con simili rialzi dal 2004, si legge nel report secondo cui lo spread tra ottimisti e pessimisti si e’ portato al +30.5%. L’ultima volta che e’ stata registrata una differenza positiva ancor piu’ ampia (il che significa che chi ha l’umore positivo supera coloro che preferiscono restare negativi) e’ stato il 22 febbraio 2007 (53.2% contro 22.3%).

Ma quanto e’ sostenibile questo trend che ha appunto visto gli investitori tornare a preferire i listini azionari ai bond? Nel suo outlook sul 2011 Credit Suisse sostiene che la rotazione settoriale deve ancora fare tanta strada prima di dirsi completata.

A supporto della loro tesi gli analisti della banca svizzera ricordano che dall’inizio del 2009, i flussi di capitale nei fondi obbligazionari sono stati molto piu’ ricchi di quelli nei fondi azionari ($690 miliardi contro $49 miliardi. Da inizio anno il rapporto e’ $387 miliardi contro $30 miliardi e negli ultimi tre mesi $81 miliardi contro $65 miliardi).

A cio’ aggiungono il fatto che il cambio di rotta a sfavore dell’obbligazionario e’ iniziato mentre i capitali che finisco nell’azionario hanno una forza mai vista negli ultimi due anni. Lo dimostra il fatto che a novembre i flussi nei fondi azionari sono stati piu’ forti di quelli obbligazionari per la prima volta dal maggio 2009.

Se pero’ si va a vedere la percentuale investita nell’azionario sul totale degli asset dei fondi Usa, la percentuale e’ ancora relativamente bassa (46%). Cio’ vale anche per il portafoglio dei privati (47%). Osservando da vicino i fondi pensione americani tale valore si trova ai minimi storici (tra 30 e 35%).