Australia: recessione? No grazie

16 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia

Alti rendimenti e bassa volatilita’. Questi due fattori hanno permesso di registrare la miglior performance tra i mercati azionari mondiali non solo negli ultimi anni o decenni ma addirittura da oltre un secolo. Si tratta dell’Australia, protagonista indiscussa dal 1900 al 2009.

In quell’arco temporale ha garantito ritorni post-inflazione del 7.5% all’anno contro un 6.2% reso possibile sul mercato statunitense. Nel primo caso la deviazione standard e’ stata del 18.2% mentre quella in Usa e’ arrivata al 20.4%. Questo significa che gli investitori avrebbero potuto guadagnare di piu’ sull’azionario australiano, caratterizzato da uno dei piu’ bassi indici di volatilita’. E’ questo quanto emerso da un rapporto condotto da Credit Suisse sull’azionario dei 19 principali mercati esclusi i Bric, Brasile, Russia, India e Cina.

A spiegare un simile andamento, le risorse di cui le terre australiane sono ricche: carbone, ferro, uranio, zinco, nickel e oro. Sidney produce gas naturale e petrolio, sebbene in quest’ultimo caso le importazioni stiano crescendo. La mossa vincente e’ stata puntare sull’Asia: oltre la meta’ delle esportazioni del paese sono rivolte ai vicini di casa asiatici con la Cina che rappresenta il maggiore partner commerciale.

Oltre al comparto minerario anche le banche hanno avuto un ruolo importante. Come il Canada, l’Australia vanta una manciata di istituti di grandi dimensioni (tra i migliori su scala mondiale con rating di doppia A) capaci di stare alla larga da asset tossici e garantendosi cosi’ bilanci puliti. “Le nostre banche sono davvero semplici e hanno tolleranza zero nei confronti di politiche poco convincenti” ha detto a MarketWatch Philip Baker, uno degli Australian Financial Review.

Non stupisce dunque che il paese sia passato indenne attraverso la crisi. L’economia australiana ha registrato soltanto un trimestre con il segno meno. La disoccupazione ha toccato punte massime al 5.7% e ora si trova al 5.3% (poca cosa contro il 9.5% degli Stati Uniti). Il presidente americano Barack Obama e’ sicuramente invidioso di tali numeri e cosi’ anche il governatore della Fderal Reserve Ben Bernanke. Tassi di interesse a zero? Quantitative easing? Macche’. L’Australia ha gia’ alzato il costo del denaro sei volte null’ultimo anno. Per quanto simili ritocchi all’insu’ si siano fermati una nuova stretta monetaria sembra scontata alla luce di una ripresa economica in atto.

Quanto ai conti pubblici, il deficit di bilancio potrebbe arrivare al top del 4.2% del Pil. Anche il debito pubblico, pari a meno del 18% del Prodotto interno lordo, e’ da far invidia se si pensa che quello Usa punta dritto al 100%. Tutto cio’ non fa che rendere sempre piu’ attraente il dollaro australiano, anche se ha recentemente ritracciato rispetto ai massimi del 2008.

Ora si tratta di capire se la corsa dell’Australia puo’ continuare. La risposta sembra essere affermativa ma non mancano alcune nubi sul futuro. A cominciare dai prezzi delle case, nell’82% dei casi superiori a quelli analizzati in Usa. Jeremy Grantham, di Gmo, ha lanciato l’allarme bolla. “La situazione tornera’ alla normalita’. Quando cio’ accadra’ anche le banche piu’ solide non ne saranno immuni”, ha spiegato.