AT&T: COSI’ FINISCE
IL TELEFONO FISSO

1 Febbraio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – La Corporate America è pronta ad aprire un nuovo capitolo con nuove certezze: il telefono è morto e neanche la banca universale se la passa tanto bene. E’ il responso della nuova mergermania in atto negli Stati uniti. L’annuncio della fusione tra i detersivi e i saponi della Procter&Gamble con i rasoi (e non solo) della Gillette con cui si era chiusa la settimana a Wall Street, è stato affiancato ieri da altre due mega operazioni: l’At&t, dopo una storia di 130 anni, per la maggior parte da monopolista, smette di essere un operatore telefonico indipendente per finire nel gruppo texano della Sbc, e Citigroup ha venduto la sua compagnia assicurativa Travelers Life & Annuity alla concorrente Metlife.

Dietro le cifre decisamente importanti (60 miliardi di dollari sborserà P&G per Gillette, 16 ne tirerà fuori Sbc per At&t, mentre la compagnia assicurativa di Citigroup è stata valutata 11,5 miliardi) che raccontano di un mercato ricco di capitali e d’iniziativa, “i meteorologi dei mercati” vedono i segnali di un prossimo rallentamento generalizzato.
Per capire il filo conduttore che unisce operazioni così diverse e il perché dell’interpretazione pessimistica bisogna premettere che nel sistema americano le megafusioni si verificano in maniera ciclica. Innanzitutto tendono a segnalare la fine di una fase in questo caso espansiva: quando i consigli di amministrazione si rendono conto che la capitalizzazione di borsa è prossima ai massimi e i risultati futuri non basteranno a sostenerla, si guardano intorno per sfruttare l’alto valore del titolo in una fusione. Tre anni fa lo stesso fenomeno segnalò il contrario: che le valutazioni ai minimi permettevano di fare affari prima della risalita.

Non a caso gli azionisti di Gillette e At&t non riceveranno contanti, ma azioni degli acquirenti (rispettivamente P&G e Sbc). Questo meccanismo serve anche a definire una volta per tutte “vincitori e vinti” ovvero che nel corso del periodo di crescita ha ottenuto i migliori risultati a scapito di chi non è riuscito a cogliere le stesse opportunità. E’ quasi un meccanismo darwiniano di adattamento: un momento prima che le cose inizino ad andare peggio (cioè l’economia sta per rallentare) le fusioni fanno sparire le società meno innovative, i modelli di business superati, management non all’altezza e risparmiare grazie alle sinergie. A quel punto può iniziare una nuova partita, con nuovi presupposti di mercato e di concorrenza.

In realtà non sempre funziona, né necessariamente i nuovi giganti si rivelano meglio gestiti o più innovativi. Ma di solito avere le spalle larghe aiuta anche nei matrimoni meno riusciti (di solito di citano gli esempi della Unilever, tra l’altro concorrente storico di P&G, o della DaimlerChrysler).
Perfettamente inserita in questa logica finanziaria, la triste fine dell’ex monopolista telefonico «Ma’ Bell» ha dei significati particolari per il mondo delle telecomunicazioni. È il definitivo tramonto del telefono come lo aveva inventato il signor Bell.

At&t era andata incontro ad un lento quanto inesorabile declino sin dal 1984, quando era stata smantellata in sette operatori locali (le Baby Bells). Da allora l’At&t ha perso il treno del traffico internet e della telefonia cellulare (dove ha tentato di risalire con At&t Wireless, una compagnia nata a colpi di acquisizioni carissime che hanno affondato definitivamente la società), mentre nelle chiamate a lunga distanza la concorrenza delle varie Sprint e Mci (l’ex Worldcom degli scandali) le mangiavano margini e clienti. L’At&t vale in borsa un decimo di dieci anni fa, ma anche Sbc, operatore locale praticamente sconosciuto nell’Est degli Stati uniti, compie una scelta difensiva: At&t è appetita per il suo marchio e per il portafoglio di aziende a cui offre servizi Tlc.

I texani sperano così di poter differenziare i profitti che ora arrivano principalmente dal 60% detenuto in Cingular Wireless, la Tim americana. Il traffico da telefono fisso ormai non interessa più, è diventato una “commodity”, un servizio base che offrono tutti (senza guadagnarci quasi nulla), non solo gli operatori classici come Sbc, ma anche le società che vendono abbonamenti alla tv via cavo e naturalmente gli internet provider. Anche per questo nessuno si aspetta grossi stravolgimenti dalla nascita di un colosso Sbc-At&t, leader di mercato quasi in tutti gli Usa.

Ma se nei telefoni le fusioni sono un segno dei tempi che avanzano, nelle assicurazioni si tratta di una mezza marcia indietro: quando Citigroup acquistò le assicurazioni Traveller nel 1988 era all’inizio della sua gloriosa cavalcata che la portò a diventare la più grande banca del mondo e soprattutto la realizzazione del concetto di Onestopshop, l’azienda in grado di offrire qualunque servizio finanziario a qualsiasi tipo di cliente. Una concezione non convincente, non tanto dal punto di vista dei ritorni finanziari, quanto da quello delle garanzie di correttezza e trasparenza. Mettere tutto sotto un ombrello si è rivelato il modo migliore per generare conflitti d’interesse e zone d’ombra. La stessa Citigroup ha perciò operato una serie di dismissioni per focalizzarsi solo su alcuni business e ricostruirsi la reputazione.

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