ASSEDIO FINALE
A ROMANO PRODI

20 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Mario Adinolfi e’ il direttore di Media Quotidiano, con cui Wall Street Italia ha avviato una nuova partnership, per la ripubblicazione di alcuni articoli.

(WSI) – 1. Diciamolo chiaramente: è partito l’assedio finale a Romano Prodi. Oggi ci sarà l’ennesimo biscardiano vertice del centrosinistra del lunedì, in cui il Professore dovrà inventarsi qualcosa e non potrà cavarsela con il solito espediente: decidere di decidere la prossima volta. E intanto il clima intorno a lui si fa pesante. Le Idi di aprile si avvicinano e potrebbero riguardare anche il sempre più logoro leader del centrosinistra.

2. Se si desse uno sguardo intorno e non stesse sempre lì ad inacidirsi lo stomaco insieme a quell’altro maestro di gastriti che è il fido Arturo Parisi, il Professore scoprirebbe un clima da dicembre 1998. Sì, lo stesso clima in cui il suo cieco consigliere sardo lo tranquillizzava: “Senza di noi non vanno da nessuna parte. Non c’è problema, forza la mano, siamo sopra in Parlamento”. E invece andò sotto. Di un voto, ma andò sotto. E se ne dovette andare a casa.

3. Il clima è quello. Allora Parisi scaricò la colpa sui congiurati Franco Marini e Massimo D’Alema, che s’erano serviti di Fausto Bertinotti. Oggi, guarda caso, il leader di Rifondazione torna ad essere il grimaldello dell’azione antiprodiana. Parisi ha memoria non corta e ricorda bene le interviste di qualche mese fa in cui il leader di Rifondazione provava ad aprire la strada all’ipotesi Veltroni leader al posto di Prodi. E ricorda anche bene l’utilizzo del pretesto della legge finanziaria in discussione in quel dicembre 1998 per l’avvio della crisi che portò il Professore fuori da Palazzo Chigi.

4. Anche questa volta Fausto Bertinotti ha pronto il pretesto: la candidatura di Nichi Vendola in Puglia. Ormai il tono è ultimativo: o è lui il candidato presidente o Rifondazione rompe e si apre la crisi della Grande alleanza democratica. Bertinotti non lascia margini di manovra: se Prodi cede, dimostra di essere ricattabile dalle estreme. Se non cede, la falce e martello si accanirà sulla sua testa. Niente da dire, la trappola è stata piazzata bene.

5. Mettiamoci anche poi il ritorno di quel buontempone di Paolo Mieli (visto da Prodi come il fumo agli occhi) alla direzione del Corriere della Sera. Manco è stato nominato, che subito provvede a sbandierare il nome del suo vice: sarà Pigi Battista. Il cda approva subito e vara il tandem. Un Corsera Mieli-Battista è una bella pietra di inciampo per il percorso tutto accidentato del logoro Professore.

6. Aggiungiamo, infine, il lavorio nelle retrovie di Luckino Cordero di Montezemolo. Media Quotidiano titolò sei mesi fa, appena eletto alla presidenza di Confindustria: “La lunga corsa di Montezemolo”. A noi pare chiarissimo che il presidente della Ferrari non intende fermarsi nel ruolo di parte sociale e nelle Idi di aprile sfodererà anche la sua lama. Intanto Enrico Cisnetto, che con la sua Società Aperta sta tessendo la trama di relazioni che torneranno utili quando si tratterà di fare sul serio, dalle colonne del Foglio lo invita a “sporcarsi le mani” con la politica.

7. Sporcarsi le mani? Che bella idea. La risposta di Luckino non si fa attendere. Intervistato dal Tg5 alla festa della Ferrari, Montezemolo lancia un appello “per uno sforzo collettivo, un Progetto Paese che esca da un lato dai problemi contingenti di tutti i giorni che non si possono risolvere in 24 ore o con le Finanziarie di turno e dall’altro per pensare al futuro, ai giovani, ai veri problemi non solo degli imprenditori, ma dell’Italia”. Progetto Paese? Non è un bel nome per un partito o per una coalizione? Non è persino più bello di Gad? A noi quel discorso è sembrata una “discesa in campo”. Ma forse siamo troppo maliziosi e hanno ragione tutti i giornali. Che l’hanno ignorato.

8. Insomma, povero Prodi: tra un vertice in cui oggi comunque vada si può mettere male, il principale quotidiano italiano che gli piazza la barra palesemente di traverso, il leader degli industriali che si mette a far da sé, Piero Fassino che gli propone di risolvere i problemi con Bertinotti offrendogli un bel po’ di assessorati (ma ci fa o c’è?), Francesco Rutelli che dai tempi del “bello guaglione” aspetta il momento giusto per fargliela pagare, cosa gli resta? Solo Arturo Parisi che gli passa il bottiglione del Maalox, dicendo sicuro: “Senza di noi non vanno da nessuna parte”.

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