Asia: mercato del lavoro che cambia

16 Marzo 2012, di Redazione Wall Street Italia

Bangkok – Manodopera a basso costo, il fattore di sviluppo base che ha contribuito alla forte crescita economica dei paesi emergenti dell’Asia. Ma con il processo di industrializzazione e la maggiore apertura ai mercati internazionali, nuove sfide all’orizzonte: aumenti salariali porteranno alla perdita del vantaggio competitivo?

È stata, e per molti versi continua ad essere, la fonte di successo negli anni del boom. Salari rosicati nei settori a manodopera intensiva, per inondare i mercati internazionali di prodotti a basso costo. È stato il successo di molte industrie e delle economie dei diversi paesi.

A questo, in parallelo, sono seguite le richieste dei lavoratori, di una partecipazione più diretta al successo economico del paese. Aumenti salariali per poter migliorare gli stili di vita e raccogliere il frutto di quanto seminato, talvolta dalle generazioni precedenti.

Quanto di più giusto. Requisito però che vengano prima soddisfatti i criteri economici a fondamento, perché di costi si tratta per le aziende, dunque della loro capacità di operare e rimanere competitive. Inutile che si proceda ad aumenti salariali se non c’è un miglioramento della produttività e della qualità del lavoro. Ecco dunque le nuove sfide che questi paesi si trovano ora ad affrontare.

Intanto il processo di ricambio nell’area è già in atto. Dove i salari iniziano a salire e le condizioni di vantaggio precedentemente stabilite (e sfruttate) non reggono più, si procede alla delocalizzazione in altri mercati nuovi entranti, e che impostano le basi per aprirsi ad investitori internazionali che cercano manodopera a basso costo e condizioni di vantaggio.

Nel mentre le sfide continuano dove i salari crescono.

Aumentano le proteste e si fanno sempre più intense le richieste dei lavoratori, che forzano società e governi verso un adeguamento delle paghe a stili di vita migliori.

Di recente il governo malese approva l’introduzione della prima legge sul salario minimo. In Tailandia gli aumenti promessi agli impiegati governativi, ai tassisti e le varie tante altre misure populiste proposte, sono state la chiave per il successo di Yingluck Shinawatra, sorella di Thaksin Shinawatra, l’ex primo ministro ora in esilio deposto con un golpe militare nel 2006. La municipalità di Pechino da gennaio ha rivisto al rialzo del +8,6% il salario minimo, a 1.260 yuan ($199), dopo che altri paesi erano arrivati a concedere anche sino a +20% (+14% Shenzhen e +13% Tianjin). Da aprile +13% a Shanghai, a 1.450 yuan ($230).

Saranno questi gli anni decisivi.

Dove si vedrà se le condizioni reggono (se si tratta di aumento dei salari giustificato dalle basi economiche) e se si riuscirà a fare il salto di qualità. Se i vari paesi asiatici continueranno ad essere il vero mercato emergente. Il rischio è che il maggiore costo sostenuto dalle imprese non sia sostenibile, e che dunque si proceda a delocalizzazione, vuoi in altre aree geografiche, o semplicemente in vari paesi dell’area.

Ma potrebbe funzionare. Gestita nel modo giusto, dunque innalzando tutte le condizioni economiche di contorno all’aumento delle buste paga, possibile il passaggio da “developing” a “developed”. Necessario il cambiamento e l’evoluzione del tessuto produttivo.

Qui si vedranno i veri vincitori delle nuove sfide, chi riuscirà ad elevare il suo status e completare il processo di evoluzione che ha visto il passaggio da economia da manodopera a basso costo, a grande mercato industrializzato.