ARRESTANO FIORANI MA PUNTANO (GIUSTAMENTE)
A FAZIO

14 Dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Perché la prigione e perché proprio
adesso? In fondo, si dice, Gianpiero Fiorani
viene arrestato sulla base delle sue
stesse confessioni. Quindi stava collaborando
con la giustizia. E non ha provato
nemmeno a fuggire. Gli interrogatori
con il grosso delle ammissioni risalgono
ad ottobre. Dunque come spiegare il
blitz prenatalizio? La Gip Clementina
Forleo spiega che dietro Fiorani ci sono
«complicità istituzionali». Non politiche
o non solo politiche.Insomma,non ha in
mente i nomi dei parlamentari che potranno
uscire dal pentolone di Lodi i
quali, sembra, abbiano avuto un ruolo
marginale. No, istituzionali.

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E quale istituzione? «Il riferimento
è a chi per anni,nonostante
numerosi e dettagliati
esposti… è rimasto
inerte – scrive l’ordinanza -.
Tradendo con il suo comportamento
numerosissimi
piccoli risparmiatori, continuando
pervicacemente a
difendere l’istituto in questione anche
nell’ultima clamorosa vicenda, quella
della scalata Antonveneta. Tali soggetti
non potevano certo essere inconsapevoli
di quello che in detto istituto avveniva,
né potevano aver agito per tutelare tout
court l’italianità del sistema bancario».

Insomma, il nome non c’è, ma il riferimento
è chiaro.Tra le istituzioni «complici
» spicca, secondo i magistrati, la Banca
d’Italia.E qui forse c’è la spiegazione dell’arresto.

Fiorani ha ammesso le sue colpe.
Ma non ha collaborato fino in fondo,
cioè fino al punto da portare prove chiare
che consentissero di acchiappare
tutti i pesci, a cominciare dai più grossi.
E ieri sono scattate 37 perquisizioni
in Italia e in Svizzera. Tra le persone
coinvolte, oltre agli arrestati, ci sono
Gnutti, Consorte, Sacchetti, Ricucci,
Lonati, Coppola, Zunino, Lucchini,
Bellavista Caltagirone, Bonsignore e
gli altri protagonisti delle scalate Antonveneta,
Rcs e Bnl. Uomini i cui destini
si intrecciano e non da adesso.

Antonio Fazio (vedi l’articolo FAZIO, FIORANI E L’AMANTE) è «estremamente teso
e in fibrillazione»,così lo descrive Luigi
Leone,segretario della Falbi,il sindacato
lavoratori della Banca d’Italia.Anche
se il governatore ripete al
Corriere della sera di avere
«la coscienza pulita». Dicono
che sia sbiancato (la fonte
è sempre Leoni) nell’apprendere
la notizia dell’arresto
di Fiorani e degli altri
quattro compari di merende.
E certo ieri non avrà trascorso
una giornata tranquilla.
Con Luca di Montezemolo che
chiedeva a gran voce le sue dimissioni e
Francesco Cossiga, presidente emerito
della Repubblica,che in una interpellanza
al presidente del Consiglio rilanciava,
turbato e scandalizzato per «questo atto
di totale irresponsabilità»,la notizia che i
pubblici ministeri di Milano avessero
chiesto al gip l’arresto del governatore.
Richiesta respinta da Clementina Forleo.

Fazio insiste che lui «ha rispettato le
leggi correttamente. Se Fiorani ha fatto
qualcosa di illecito,noi non abbiamo nulla
a che fare con lui».Certo,quando il 12
luglio scorso diede l’autorizzazione alla
Popolare di Lodi per lanciare l’opa su
Antonveneta, ascoltando il giudizio di
esimi consulenti esterni e non l’invito alla
prudenza dei suoi funzionari a capo
della vigilanza, il governatore non aveva
ancora riletto Raffaele Mattioli. Anche
se la lezione del mitico presidente
della Banca Commerciale Italiana,
tenuta a Venezia nel 1961,fa parte
dei libri di storia ed è una delle
più citate. Diceva Mattioli: «Prima
di concedere un fido bisogna
guardare un cliente da tutte le parti,
davanti e di dietro, al di sopra
e al di sotto, di fuori e
di dentro. Bisogna cioè
arrivare a capire di dove
salteranno fuori (o magari
sgoccioleranno!) i
soldi per estinguere effettivamente
il debito».

I ratios, i parametri
tecnici (dei quali Mattioli,
uomo all’antica, diffidava)
sono un ausilio.Ma alla fin fine
quel che distingue un grande banchiere è
la sua capacità di guardare un cliente «da
tutte le parti». La Banca d’Italia aveva
spulciato più volte nei conti della Lodi,
da quando Fiorani si era lanciato in una
forsennata corsa di acquisizioni. Non
aveva mai visto nulla? Difficile scoprire
come venivano spalmati i costi sui conti
correnti dei piccoli clienti, tanto meno
quelli ormai defunti. Eppure c’era chi
aveva acceso un fanalino rosso. Ed era
stato zittito.

Nell’ormai lontano 2001, un
funzionario della vigilanza milanese, di
nome Fabrizio Tedeschi, aveva mandato
un rapporto in cui sollevava dubbi
sulla forsennata corsa ad acquisizioni,
alcune delle quali dubbie. Era il 2001.
Poi nell’inverno 2002, vide Antonio Fazio
passeggiare a braccetto con Fiorani
durante il fatidico incontro del Forex
che battezzò il ragioniere di Codogno
uno dei migliori banchieri
della sua generazione. E Tedeschi
preferì dimettersi.

Nessuno in via Nazionale vide
come era cominciata la scalata
all’Antonveneta nel novembre
2004? Nessuno sapeva
che Fiorani finanziava 38
soggetti diversi i quali in
tre mesi avevano messo
insieme oltre il
22% della banca di
Padova? Tra questi
c’era anche Chicco
Gnutti. Il quale era
già azionista e
membro del patto di
sindacato dello stesso istituto con il
10% intestato Delta Erre società controllata
da Gnutti personalmente insieme
a Fingruppo e GP Finanziaria che allo
stesso Gnutti faceva capo. Nel dicembre
2004,Deltaerre decide di recedere in
anticipo dal patto di sindacato che scadeva
il 18 aprile. Il 3 febbraio, la Lodi chiede
l’autorizzazione a salire al 14,9% e poi
al 29,9%.Bankitalia accende il semaforo
verde. Il 30 marzo,Abn Amro viene autorizzata
a lanciare la sua opa e Fiorani
controllava già il 39% del capitale.

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