ANVEDI COME PARLO COCKNEY

15 Gennaio 2005, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Le mirabolanti avventure degli italiani in vacanza a Londra sono da sempre materia per articoli di colore firmati, con malcelato sdegno travestito da paterna tenerezza, dai giornalisti british-oriented. Dalle elementari norme per l’attraversamento della strada in un paese di guida a sinistra, agli incidenti con le discese al volo dagli ormai compianti bus a due piani fino alle soste defaticanti e ostruenti nel bel mezzo dei corridoi di Harrods, il repertorio di italiche facezie oltremanica è lungo è conosciuto. Ora, però, l’aria è cambiata. Il motto dell’italiano che guarda a Londra come stella polare è infatti nuovo di zecca: «Anvedi come parlo cockney». Lo slang ritmato e volgarotto del tipico abitante londinese è, infatti, divenuto la nuova frontiera del cool, oggetto di culto prima che necessità comunicativa.

Chiunque sia stato nella capitale britannica almeno una volta nella vita, sa di cosa stiamo parlando. Frasi rapide come razzi, parole pronunciate con cadenze un po’ da Val Seriana e, soprattutto, una predisposizione innata all’uso del «fuckin’» come congiunzione e avverbio: in tal senso, i taxisti, sono la quintessenza del cockney. Tatuati e insensibili al freddo anche a gennaio, gli autisti di cab comunicano tra loro in una lingua che a volte ricorda l’esperanto, smozzicando le frasi come in un codice da libro di Ludlum. Da sempre additato a prodotto negativo della società britannica, il cockney sta rapidamente abbandonando – almeno nella sua declinazione linguistica – il connotato di lumpen proletariat fino ad ora ricoperto: certo, parlare in quel modo non sta bene nei salotti di Belgravia o negli esclusivi bar di Pall Mall, ma il vecchio schema da Smv (Stile Maschio Violento, da una definizione del sociologo Valerio Marchi) tutto dedito all’esaltazione dell’ignoranza come reazione al classismo del potere, alle risse da stadio, all’alcolismo e al razzismo ammantato di patriottismo da 6 giugno non regge più: cockney, almeno nel parlare, è bello. Ma, soprattutto, è cool. Anzi, ipercool.

Se infatti utilizzare con disinvoltura le tipiche formule dell’intercalare londinese – come ad esempio l’uso esasperato del termine “mate” (amico) al termine di ogni discorso diretto – rende un po’ più londinesi e un po’ meno turisti (o almeno garantisce questa impressione a chi smania di averla), a volte questo vezzo sempre più ricercato dagli italiani ha anche una valenza di autodifesa da sgradevoli quanto pericolosi misunderstanding lessicali. Comunemente, infatti, il bravo studente di inglese impara che la parola “prick” significa puntura e, forte di questa fondamentale conoscenza, si avventura per la città. Potrebbe però capitare che, al pub come in metropolitana, qualcuno poco diplomatico cui avete fatto lo sgarbo di rubare il posto possa apostrofarvi, in caso non siate esattamente delle acciughe, come un tonante «fat fuckin’ prick».

A quel punto la logica dello Zanichelli terza edizione potrebbe farvi intuire che vuole comunicarvi il disappunto per l’iniezione che il nerboruto interlocutore dovrà subire da un infermiere sovrappeso, mentre nella realtà intendeva soltanto darvi più prosaicamente della «grassa fott.. testa di c….». Un vantaggio non da poco cogliere la sottile sfumatura di differenza che esiste tra il concetto erroneamente percepito e quello realmente espresso, poiché una discreta familiarità con lo slang londinese potrebbe salvarvi da un cazzotto e consentirvi un rapido tentativo di scuse o, meglio, di fuga.

Se poi, come spesso capita, voleste provare i brividi di una partita di calcio dal vivo in uno stadio inglese, la conoscenza del fatto che in quel contesto una firm rappresenta una brigata di hooligans e non un’azienda potrebbe risultare determinante, soprattutto nel caso uno dei membri vi invitasse a «take an end», che non significa terminare, darci un taglio, ma conquistare la curva avversaria. Oppure se qualcuno vi chiedesse con aria truce se conoscete Stanley e vi invitasse a darvela a gambe, sappiate che Stanley non è un suo parente ma il taglierino dell’omonima ditta che la fa da padrone in rissa e rapine. In caso poi chiediate a qualcuno come vanno le cose e questo vi rispondesse «sweet» non preoccupatevi, non è un tentativo di approccio: significa tutto bene, tutto tranquillo. Così come «bird» non significa soltanto uccello, ma anche una bella ragazza, una fidanzata e «poof» non è esattamente un complemento d’arredo ma un termine dispregiativo per definire un omosessuale: dettagli, ma non da poco.

Per questo – e non soltanto per il gusto di entrare in un pub e chiedere con perfetta intonazione «Oi, three pints of lager, please, mate» – sempre più scuole di inglese per stranieri, a Londra, stanno cercando di aprire al linguaggio di tutti i giorni e della strada i propri programmi di studio, soprattutto attraverso la formula dell’open lesson, cioè fare lezioni all’interno di situazione da daily issue: il parco, il pub, un caffé, ovunque si possa tenere una conversazione didattica immersi comunque con una realtà “altra” dalla classe e dalle sue regole grammaticali con così poco appeal. Per sentirsi un vero top bloke alla conquista della città.

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