ANDREOTTI INTERVISTA POWELL

14 Gennaio 2005, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Quello che segue e’ il testo integrale dell’intervista di Giulio Andreotti a Colin Powell, che sarà pubblicata su “30 giorni nella chiesa e nel mondo”, il mensile diretto dallo stesso Andreotti, oggi in edicola.

Andreotti Lei è un generale che lavora con grande e riconosciuta abilità diplomatica, il che non mi sorprende, perché ricordo bene la sua saggezza al momento della crisi del Kuwait. Se lei dovesse disegnare oggi un possibile equilibrio di forze in campo, utile a garantire un ordine mondiale più stabile e sereno, che cosa direbbe? Quale è la sua idea ­ nei rapporti euroatlantici e non solo ­ di equilibrio?

Powell Noi siamo oltre l’era del bilanciamento dei poteri politici. Siamo in un’era nuova caratterizzata dalla causa comune della libertà. La stabilità e la pace oggi vengono da relazioni aperte e cooperative con le nazioni con le quali condividiamo valori comuni. C’è un’enorme differenza quando lavoriamo insieme. Da oltre mezzo secolo i successi-chiave delle relazioni transatlantiche ­ personificati nella Nato e sempre di più nella relazione tra Stati Uniti e Unione europea ­ sono stati stupefacenti: pace in Europa, vittoria nella guerra fredda, vittoriose transizioni democratiche e di mercato in gran parte dell’ex blocco sovietico e creazione di un sistema economico globale più stabile attraverso meccanismi come Bretton Woods e il Wto. La nostra agenda comune con l’Europa è più larga che mai ­ dal promuovere il libero mercato, al combattere il terrore, al portare la pace in Medio Oriente.

L’anno 2004 ha visto un’espansione storica sia della Nato che dell’Unione europea, e iniziative per aiutare le nazioni del Medio Oriente e del Nord Africa con le riforme e la modernizzazione. Ciò è una testimonianza della forza dei nostri comuni valori e ideali e la strada per costruire una stabilità democratica e delle opportunità per la gente in tutto il mondo. Quando noi consideriamo la strada ancora da percorrere e quando noi superiamo le sfide che incontriamo, è chiaro che il successo può soltanto venire dal nostro lavorare insieme.

Il rapporto dell’Italia con gli Stati Uniti d’America ha radici e motivazioni profonde, che non sono condizionate dal titolare della Casa Bianca. Ma certamente il presidente americano che riprendesse il disegno reaganiano di una politica mondiale di riduzione degli armamenti (il nucleare e gli altri) godrebbe di grande consenso. È possibile agli Stati Uniti seguire una simile politica? Al momento della morte di Reagan unanimi sono stati gli elogi, ma nessuno parla più di riduzione degli armamenti.

Un efficace controllo delle armi contribuisce a raggiungere il nostro scopo di ridurre la minaccia delle armi di distruzione di massa per la nostra nazione e per il mondo. Negli ultimi quindici anni abbiamo ridotto le testate nucleari strategiche in campo da oltre diecimila a meno di seimila nel dicembre 2001 e abbiamo eliminato circa il 90% delle armi nucleari non strategiche degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, inoltre, si sono astenuti dal condurre test nucleari sin dal 1992, e hanno rimosso più di 200 tonnellate di materiale fissile dai loro depositi, materiale sufficiente per almeno ottomila armi nucleari. Un grande risultato durante il primo mandato del presidente Bush è stato il negoziato del Trattato di Mosca, che darà adito all’ulteriore riduzione di due terzi entro l’anno 2012 delle testate nucleari strategiche in campo con un abbattimento che lascerà tra le 1700 e le 2200 testate nucleari.

Con i grandi cambiamenti nell’ambito della sicurezza internazionale sopravvenuti dalla fine della guerra fredda, la comunità internazionale deve adattare il suo controllo degli armamenti e le politiche di non proliferazione per contrastare le minacce emergenti, in particolare il terrorismo e la proliferazione di armi di distruzione di massa. Il presidente Bush ha attivamente promosso nuove idee per rispondere alla minaccia della proliferazione, come la Proliferation Security Initiative. Sulla base della risoluzione 1540 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, che gli Stati Uniti hanno proposto, continueremo a rispondere alla minaccia della proliferazione con i partner in tutto il mondo.

Abbiamo tutti salutato con favore la revoca dell’embargo alla Libia, operata dagli Stati Uniti e, con ritardo, dall’Unione europea. È una prova che la storica linea del dialogo politico-diplomatico con il mondo arabo può funzionare ancora egregiamente. Lei che cosa ne pensa?
All’inizio di questo processo con la Libia, il presidente si è impegnato a rispondere alle azioni concrete libiche in buona fede, notando che la Libia «può riguadagnare un posto sicuro e rispettato tra le nazioni e, col tempo, migliori relazioni con gli Stati Uniti». Ci sono voluti anni di diplomazia determinata combinati con una indubbia risolutezza americana in Afghanistan e in Iraq, prima che la Libia facesse una scelta storica e compisse passi significativi e irreversibili per eliminare le sue armi di distruzione di massa. Ciò pone un modello che noi speriamo le altre nazioni seguiranno.

All’azione della Libia si sta contraccambiando economicamente, politicamente e diplomaticamente. Il coordinamento tra Stati Uniti e Gran Bretagna sulla Libia è stato estremamente stretto, è un fattore che ha contribuito al successo delle nostre rispettive politiche e sta continuando. Noi comunque non abbiamo sciolto tutte le nostre preoccupazioni sulla Libia. Continueremo il dialogo con la Libia sui diritti umani, sulla modernizzazione economica e politica, e sugli sviluppi politici regionali. Salutiamo con favore l’impegno della Libia con Amnesty International. Condividiamo le preoccupazioni della Comunità europea sulla crisi dei medici bulgari. L’impegno diplomatico e la cooperazione nell’istruzione, nella sanità, nell’addestramento scientifico pone le fondamenta per relazioni più forti. Come ha dichiarato il presidente nel dicembre 2003 «se la Libia perseguirà una riforma interna, l’America sarà pronta ad aiutare il suo popolo a costruire un paese più libero e prospero».

Come mettere alla prova questo dialogo politico-diplomatico più in generale nel Medio Oriente (processo di pace israelo-palestinese, Siria, Iran, ecc.)?

Continueremo a sfruttare ogni opportunità per progredire a favore della pace nella regione. Come ha detto il presidente, l’obiettivo di due Stati ­ Israele e Palestina ­ che vivono fianco a fianco in pace e sicurezza può essere raggiunto solo con un cammino: il cammino della democrazia, delle riforme e dello Stato di diritto. Tutto ciò che noi speriamo di raggiungere richiede che l’America e l’Europa collaborino strettamente. Insieme, noi siamo i pilastri del mondo libero. Affrontiamo le medesime minacce e condividiamo lo stesso credo nella libertà e nei diritti dell’individuo.

L’altra opportunità ­ e sfida ­ a più lungo termine che noi vediamo nel Medio Oriente è di aiutare gli sforzi dall’interno della regione diretti al cambiamento democratico e alla modernizzazione economica. In definitiva il nostro successo dipenderà dal fatto se noi saremo o no capaci di raggiungere una partnership con quei popoli e quei leader nella regione che vedono il loro interesse personale intrecciato con la modernizzazione economica e con una maggiore apertura politica. Questo certamente non sarà un processo facile e non sarà neppure veloce. Ma è essenziale iniziare, e perseguire riforme regionali con lo stesso vigore, con lo stesso proposito e con la stessa guida autorevole che noi mettiamo nella ricostruzione dell’Iraq, nell’aiutare gli israeliani e i palestinesi a raggiungere una soluzione a due Stati, e nel combattere il terrorismo e la diffusione delle armi di distruzione di massa.

Parliamo di Russia. Che cosa ha pensato guardando le immagini dell’orrendo massacro di Beslan?

Come tutti gli americani che hanno visto le immagini di Beslan, non potevo fare a meno di sentire che quella era la stessa specie di male e di terrore che avevamo visto perpetrato contro di noi l’11 settembre o contro la Spagna l’11 marzo. Noi comprendiamo la rabbia del popolo russo dopo il massacro dei terroristi a Beslan. Noi condividiamo il loro dolore e i nostri cuori si sono uniti a tutti coloro che hanno sofferto. Mettere a rischio dei bambini e ucciderli in un modo così deliberato non può avere nessuna giustificazione politica o religiosa. Il male che noi abbiamo visto a Beslan deve essere combattuto e contrastato. Ci ha ricordato ancora che in questa battaglia non ci può essere nessun compromesso. Il popolo russo deve affrontare ciò nel modo più energico, diretto e vigoroso possibile così da proteggere i suoi cittadini come noi stiamo facendo per proteggere i nostri.

Gli Stati Uniti sono saldamente dalla parte della Russia nel combattere tutte le forme di terrorismo. Questo attacco ha solo dato energia ai nostri sforzi per continuare la lotta.

Guardiamo ancora più ad Est. Che rapporti volete avere con la Cina di Hu Jintao, leader ormai con pieni poteri a soli 61 anni?

Ho incontrato il presidente Hu molte volte. L’ho trovato ben preparato nel discutere delle nostre relazioni, che negli anni si sono approfondite e ampliate. Credo che lui riconosca che la Cina deve giocare un ruolo sempre più responsabile nel contribuire alla pace, alla prosperità e alla sicurezza in Asia e nel mondo intero. Il presidente Hu e la nuova leadership cinese sono concentrati nello stabilire un chiaro percorso per lo sviluppo economico della Cina e nel promuovere il buon governo. Gli Stati Uniti sono ansiosi di impegnare i leader cinesi nel rendere le nostre relazioni più solide e costruttive che mai. Sono molti di più i temi sui quali concordiamo che quelli su cui divergiamo ­ i colloqui a sei attraverso i quali stiamo tentando di denuclearizzare la penisola coreana e la lotta contro il terrore, per esempio.

I diritti umani sono un tema su cui abbiamo divergenze significative; comunque sono stato lieto quando il ministro degli esteri cinese si è impegnato, durante la mia recente visita a Pechino, a rafforzare il nostro dialogo bilaterale. Ci piacerebbe vedere un maggiore progresso in Cina a proposito della libertà religiosa e ho espresso la nostra speranza che i cittadini cinesi avranno il diritto di esprimere liberamente il loro culto in quanto garantiti dalla Costituzione della Cina. Attendo con ansia il giorno in cui la Santa Sede avrà rapporti diretti con le autorità cinesi e sarà in grado di amministrare i sacramenti alle molte migliaia di cattolici cinesi.

Non solo all’Onu è sempre più evidente la richiesta pressante di paesi emergenti ­ in America Latina, Africa e Asia ­ di entrare nella stanza dei bottoni. Come devono comportarsi secondo lei gli Stati Uniti di fronte a tale nuova realtà? Che idea ha della riforma dell’Onu?

Vogliamo partner globali forti e vivaci che lavorino con noi per rispondere ai problemi e alle sfide planetarie. Sosteniamo le politiche che incoraggiano il buon governo, alleviano la povertà e combattono le malattie, così che non solo gli Stati non cadano, ma possano anche emergere da questi mali e contribuire alla prosperità globale. Per combattere l’Hiv/Aids nei paesi che ne sono più duramente colpiti abbiamo favorito la creazione di un Fondo globale all’Onu e abbiamo un nostro piano di emergenza per il soccorso contro l’Aids. Abbiamo creato un programma innovativo per lo sviluppo e per alleviare la povertà, il Millennium Challenge Account. I paesi in via di sviluppo che attuano politiche di giusto governo, che investono nel loro popolo e che incoraggiano la libertà economica, beneficeranno di questi fondi. Le nazioni che scelgono queste vie per il futuro troveranno l’America al loro fianco.

Siamo lieti che molte di esse abbiano fatto passi in avanti e stiano lavorando sodo con noi per risolvere le crisi regionali, e in alcuni casi stiano assumendo un ruolo guida. Per esempio la Nigeria e altri Stati africani sono parti di un contingente dell’Unione africana in Sudan, e paesi latinoamericani e asiatici si stanno impegnando ad aiutare il mantenimento della pace ad Haiti. Circa la riforma delle Nazioni Unite siamo aperti a prendere in considerazione proposte sui modi in cui l’Onu possa modificarsi per superare le sfide odierne. La “Commissione di alto livello su minacce, sfide e cambiamento”, nominata dal segretario generale Annan, ha appena pubblicato il suo rapporto. Salutiamo favorevolmente il serio sforzo che esso rappresenta e analizzeremo con cura le sue raccomandazioni. Il parametro principale attraverso il quale noi valuteremo le proposte per le riforme istituzionali e strutturali dell’Onu sarà l’efficacia. Per far procedere qualunque riforma delle Nazioni Unite sarà inoltre necessario un ampio consenso all’interno dell’organizzazione e nei gruppi regionali.

Lei si è impegnato personalmente nella crisi sudanese, nei negoziati tra Nord e Sud e ora nel Darfur. Perché? E il vostro forte impegno sudanese è un test di ciò che gli Stati Uniti vogliono più in generale realizzare in Africa?

Noi c’eravamo impegnati in Sudan per favorire la fine di una guerra civile che andava avanti da ventuno anni ed era costata migliaia di vite. Successivamente si è sviluppata una tragedia umanitaria in Darfur che doveva essere contrastata e corretta immediatamente. Potremmo essere sulla soglia di una pacificazione in Sudan grazie alla recente firma di una dichiarazione tra il governo e l’opposizione in cui si afferma il loro impegno a concludere un trattato di pace generale per la fine del 2004. Voglio essere ottimista sul fatto che alla fine ci sarà un governo di unità nazionale e di riconciliazione in Sudan, con rinnovati legami politici ed economici con il mondo. Un nuovo Sudan dipende dal fatto che le parti mantengano le loro promesse. È stato un cammino difficile ed esasperante fermare il genocidio in Darfur ma gli Stati Uniti hanno aperto la strada.

Abbiamo lavorato per mettere in campo un cessate il fuoco, che è stato difficile mantenere a causa delle ripetute violazioni del governo sudanese e dei ribelli del Darfur. Abbiamo donato più di 302 milioni di dollari in aiuti umanitari per i rifugiati interni in Darfur e per i rifugiati che avevano migrato verso il Ciad orientale. Siamo stati di valido aiuto nell’adozione di due risoluzioni Onu sul Sudan ­ risoluzioni 1556 e 1564 ­ e della più recente risoluzione 1574 presa all’unanimità a Nairobi. Ho inviato una squadra ad investigare sui rapporti che parlavano di atrocità in Darfur e siamo stati i primi a riconoscere il genocidio lì in atto. Abbiamo fornito più di 40,3 milioni di dollari per sostenere un’accresciuta missione dell’Unione africana. Abbiamo anche riconosciuto i contributi importanti dati dall’Europa e il ruolo energico giocato dalle Nazioni Unite e dalle organizzazioni umanitarie. Noi e gli altri donatori internazionali abbiamo fatto molto, ma molto ancora dobbiamo fare, sia sul fronte umanitario sia per aiutare una crescente presenza dell’Unione africana in Darfur.

Celebrando il ventesimo anniversario dell’istituzione delle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Santa Sede, stabilite nel 1984 da Reagan, lei ha scritto che voi guardate agli impegni futuri con «umile determinazione». Nel contesto attuale, che significato dà a questa affermazione?

L’impegno primario dell’America nel mondo di oggi e di domani è soprattutto promuovere la dignità dell’uomo in un mondo in cui tale dignità è a rischio a causa del terrore, della malattia, della povertà e della violenza. Facciamo questo in molti modi ­ con l’assistenza che diamo ai più poveri del mondo, con la nostra difesa dei diritti umani e della libertà religiosa, e sì, anche con la nostra volontà di difendere la libertà umana pure con la forza se necessario. Tutti i nostri sforzi, facciano o non facciano notizia, rispecchiano la bontà propria del popolo americano e il suo desiderio di fare del bene nel mondo. Questo è il vero cuore della politica estera degli Stati Uniti d’America, il nucleo vitale che anima le nostre azioni internazionali. Nell’affrontare queste sfide, il nostro rapporto diplomatico con la Santa Sede ­ radicato nel primato della libertà umana ­ giocherà un ruolo sempre più importante.

A mio giudizio molte delle sfide oggi centrali sono sfide morali: se si pensa di combattere il male del traffico di persone, di proteggere la libertà religiosa dovunque essa è minacciata, o di eliminare il flagello dell’Hiv/Aids, tutto ciò deve essere affrontato con chiarezza morale e con la capacità di tradurre quella chiarezza in azione. Se noi continuiamo a lavorare insieme, credo che gli Stati Uniti e la Santa Sede possano aiutare a costruire un mondo di libertà, speranza e pace. Abbiamo già fatto molto per elevare la condizione umana, ma noi riconosciamo umilmente che c’è molto ancora da fare. Con umiltà e determinazione credo che noi continueremo a promuovere la causa della dignità umana di fronte alle molte sfide che oggi il mondo affronta.

La cooperazione allo sviluppo è la linea-guida da seguire per affrontare le condizioni di miseria di tanti paesi? Lei pensa che si possa fare di più?

Per avere risultati migliori, la cooperazione allo sviluppo tra i donatori e il beneficiario è essenziale. La cooperazione tra le nazioni donatrici elimina le duplicazioni e assicura che la giusta assistenza raggiunga il giusto destinatario. La cooperazione con i paesi in via di sviluppo assicura che si risponda alle cause dei problemi, non solo ai sintomi visibili. Questo sforzo richiede non soltanto una conoscenza tecnica dello sviluppo ma anche collaborazione e conoscenza culturale per comprendere e affrontare questi problemi di base. Il nostro impegno per l’assistenza umanitaria laddove delle vite sono in pericolo resta immutato. Abbiamo infatti notevolmente aumentato le nostre spese a favore dello sviluppo tradizionale soprattutto da quando abbiamo istituito il nuovo Millennium Challenge Account, che aiuta i paesi che stanno attuando un buon governo. In quelli che non sono impegnati in riforme, difficilmente i programmi convenzionali produrranno sviluppo.

Difatti l’assistenza può addirittura coprire delle instabilità sottostanti o contribuire all’insicurezza dello Stato. È cruciale mettere in campo risorse in modo molto attento, con finalità a breve termine specifiche e flessibili che siano aperte ai cambiamenti che possono intervenire.

Infine, nel mondo sorprende la facilità del commercio in Usa delle armi leggere. Che ne pensa?

Nel nostro paese molti sono particolarmente sensibili al fatto che il secondo emendamento della nostra Costituzione garantisce esplicitamente ai cittadini il diritto di portare armi. Noi crediamo nella libertà personale fin tanto che essa non vada a violare i diritti degli altri, la sicurezza pubblica, o il bene generale. La nostra attenzione si concentra sul combattere il crimine e sul punire coloro che con le armi da fuoco commettono dei crimini.

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