ANCORA SUL DECLINO? SI’… MA E’ IMPARZIALE

18 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

Nei giornali ci sono sempre tante statistiche dell’economia e a esse la sbrigatività dei lettori fa quasi sempre bene a non badare troppo. Tuttavia, sarebbe un errore trascurare la Banca d’Italia quando ci informa che la quota del made in Italy nei commerci del mondo è calata e di molto: al 3%.

È una notizia importante per noi e i nostri figli: l’Italia sta regredendo verso le proporzioni che aveva prima del boom degli anni ’50. Nel 2003 siamo così non solo a due terzi di quella che era la nostra quota nel 1995. Ma ciò che più impressiona è il nuovo calo. C’è un crollo inatteso, dal 3,6% del 2002 al 3% in un anno solo. Colpa dell’euro?

In parte, se ripensiamo a quanto era debole la lira a metà degli anni ’90 e al fatto che le nostre esportazioni sono calate di più sui mercati d’Europa. Colpa della Cina? Mah…, se colpa c’è, semmai è più nostra. Perché la quota mondiale della Francia resta quella, anzi quella tedesca aumenta.

Insomma un’idea che ci eravamo fatti di noi è in crisi col made in Italy. Strana sigla quella. Da ragazzini c’eravamo sorpresi a leggerla, ogni volta recitandola lenti, con la «a» bella aperta e l’accento sulla «y», come la dicevano Bramieri o Walter Chiari e Carosello. Un paese più povero, ma tutto quel Madeinitalì, che intanto cresceva-cresceva, inorgogliva tutti.

Rivincita di quanto li aveva umiliati la guerra quegli italiani più veri, in tuta per strada e poi con la cravatta la domenica in chiesa o a danzare, ottimisti. E il meridionale a Milano che in un solo giorno si meravigliava per quanto era alto il Duomo e magari trovava anche lavoro, commosso che gli davano del lei. Poi il salto: gli anni Novanta e la vita che pare una recita.

Un’Italia arricchita e più brutta dentro che mitizza gli stilisti. E però la sensazione che il gioco non regga. Infatti il crollo è più intenso nel tessile-abbigliamento. Nelle macchine utensili dovremmo ancora essere i terzi esportatori al mondo, dunque le cose non vanno così male. Invece vanno peggio della media proprio per giacche, borsette e mobili. Ne esportiamo in proporzione meno. L’Italia di Bramieri non solo era più buona e operosa, ma più capace. O no?

In effetti il colpo di reni riuscito ai nostri padri era dipeso anche da altro. Bassi salari e la cortina di ferro a favorirci, il despota Mao in Cina e il socialismo in India a rovinare l’Asia, farla regredire da quelle ch’erano le sue quote secolari. Eppure il boom fu anche atto di coraggio. L’Italia raddoppiò in pochi decenni quella che era la quota dei suoi commerci circa dal Settecento. I nostri guai non dipendono dunque solo dai giovani debosciati e in pose da sfilata, che abbondano in tv. Ma speriamo che non finisca come già l’altra volta.

Giacché gli italiani sono artisti del declino. All’inizio del ‘600 l’Italia era tra le regioni più ricche; a fine secolo era un’area depressa, troppo popolata per un’industria ormai fuori mercato. La sua prosperità era dipesa anche dalle massicce esportazioni di manufatti tessili.

Venezia esportava 25 mila vestiti di lana l’anno nei porti mediterranei. Un secolo e ne esportava solo cento. E così andò anche nelle altre città italiane esportatrici. I prezzi degli altri europei erano più bassi. Eppure i beni italiani restavano migliori; vincolati dalle corporazioni si insisteva a produrre secondo i vecchi metodi. Ma se i panni inglesi erano di minor pregio costavano meno. Corporazioni, tasse, salari più alti rendevano i nostri costi per unità di prodotto fuori mercato. Fu il declino. Dunque evitarlo non è questione solo di qualità di beni.
Per non ricaderci occorre che le corporazioni non rivincano.

È il solo modo d’aumentare la produttività: rifare lo Stato, fidare nel liberismo più onesto. Si deve ammetterlo, non c’è una parte che possa dirsi oggi con la coscienza a posto. Imprese, sindacati, università, banche, pensioni: quasi tutti ricercano troppo conforto in rendite o nicchie. Insomma va pur detto che quella italiana resta un’economia potente e che un declino come quello secentesco del Made in Italy resta ancora molto improbabile. Però sarebbe male trascurare le statistiche della Banca d’Italia.

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