Anche l’Europa trova l’accordo sulla vigilanza dei mercati

3 Settembre 2010, di Redazione Wall Street Italia

(Teleborsa) – C’è l’accordo in Europa per la nuova regolamentazione sulla vigilanza dei mercati finanziari. Così il Vecchio Continente segue le orme degli Stati Uniti, che hanno varato qualche tempo fa la Riforma finanziaria fortemente voluta e caldeggiata dal Presidente americano, Barak Obama. E nel frattempo la FED fa il mea culpa sulla crisi finanziaria, ammettendo che forse qualche mancanza c’è stata. E così il tema della sorveglianza sui mercati finanziari torna d’attualità, soprattutto in Europa, dove trovare un compromesso è stato senza dubbio più difficile, data la frammentazione che caratterizza il Continente e le differenti impostazioni delle autorità regolamentari nazionali. Intanto, il Consiglio europeo, la Commissione e l’Europarlamento hanno raggiunto una bozza di accordo che dovrebbe essere sottoposto al voto dell’Ecofin la prossima settimana, per poi passare all’approvazione del Parlamento europeo entro il mese di settembre. Fra i punti chiave c’è quello relativo alla creazione di tre autorità di vigilanza, dedicate ai mercati, alle banche ed alle assicurazioni, che inizieranno ad operare a partire dal prossimo 1° gennaio 2011. In tema bancario, la regolamentazione prevede che la nuova Istituzione, denominata ESMA, possa imporre le sue decisioni vincolanti laddove le singole autorità nazionali dimostrino di fallire. “L’accordo dà all’autorità di vigilanza europea un ruolo forte all’interno dei collegi composti dalle autorità di vigilanza nazionali. Ciò permetterà al nuovo organismo – sottolinea Bruxelles – di guidare le autorità di vigilanza nazionali per garantire più stretta vigilanza sulle istituzioni finanziarie transfrontaliere. In caso di disaccordo tra le autorità di vigilanza nazionali, le autotorities europee saranno anche in grado di imporre una mediazione giuridicamente vincolante e le relative decisioni in merito”. Nel frattempo in America Bernanke fa ammenda per il terremoto finanziario scatenato dalla crisi dei subprime e culminato con il fallimento di Lehman Brothers. Il risultato? L’ammissione dei limiti e dei rischi incorporati nelle mega-banche, i cosiddetti Istituti “too big to fail”, il cui costo del salvataggio è stato sin troppo oneroso per l’economia. Bernanke scarica così in parte la responsabilità di una crisi che è stata provocata anche da alcune inefficienze ed una insolita lentezza della FED nel prevedere quali avrebbero potuto essere gli impatti della crisi dei mutui subprime. E Lehman? Perchè è fallita proprio questa banca e non altre, cui sono stati forniti i supporti necessari a sopravvivere? La domanda era ricorrente in questi ultimi giorni, specie dopo le polemiche sollevate dall’ex numero uno della banca d’affari, Dick Fuld, dinanzi alla stessa platea cui si è presentato Bernanke, la Commissione d’inchiesta sulla crisi. La risposta era ovvia. Lehman non ha fornito le garanzie necessarie ad assicurare che i prestiti avrebbero potuto essere rimborsati. E così la questione viene liquidata dal numero uno della banca centrale statunitense, che giustifica l’ardua decisione di lasciar cadere l’Istituto con un principio di efficienza. Lehman sarebbe fallita anche con il denaro pubblico.