ANCHE IN BORSA, GLI ULTIMI DIVENTANO PRIMI

18 Settembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

La lunga e profonda crisi dei mercati azionari dal marzo 2000 al marzo 2003 ha fatto emergere il drammatico conflitto di interessi delle grandi case d’investimento americane che, dopo aver accompagnato alla quotazione società totalmente vuote di contenuto, ne consigliavano a mani basse l’acquisto ai piccoli investitori a furia di giudizi entusiastici: al culmine di quella follia speculativa la raccomandazione “Sell”, cioè vendere il titolo, era praticamente scomparsa.

In pratica tante società erano ufficialmente meritevoli di “Buy”, comprare, e “Strong buy”, comprare con forza, mentre nelle e-mail che si scambiavano i vari analisti le stesse erano definite autentica spazzatura. Il bubbone è stato inciso dalle autorità americane, costringendo le banche a separare l’attività di collocamento da quello di valutazione delle aziende ed infliggendo loro una multa complessiva di 1,4 miliardi di dollari.

Dunque adesso possiamo tornare a ritenere affidabili i giudizi di queste case di brokeraggio? La lezione è sicuramente servita a migliorare in alcuni aspetti; l’Associazione nazionale degli intermediari in titoli
(NASD) ha imposto agli analisti di incrociare i vari giudizi espressi nel tempo su un titolo con l’andamento storico dei prezzi di mercato in modo da evidenziare con chiarezza quanto siano risultati accurati i suggerimenti nel passato.

Tuttavia affidare le proprie decisioni di investimento esclusivamente alle indicazioni degli analisti è un errore; lo dimostra un’analisi effettuata dalla società di ricerca Zacks che ha confrontato a partire dal 1998 il comportamento in borsa dei 600 titoli meno raccomandati, quelli cioè colpiti dai giudizi più negativi, con l’andamento sul mercato dei 600 titoli più raccomandati.

Ne è venuto fuori che questi ultimi fino al 1999 hanno performato decisamente meglio dei primi (+33,2% contro un +13,1%) ed hanno anche battuto lo S&P 500 (+21%); dal 2000 fino al luglio del 2003 la situazione si è capovolta con i 600 “peggiori” titoli che hanno sistematicamente battuto sia i 600 “migliori” sia l’indice S&P 500.
Clamoroso lo scarto dei risultati nel 2000 e nel 2001, quando i “peggiori” hanno fatto +6,3% e +20,5% contro il -24% e -5,1% dei “migliori” e il -9,2% e – 11,9% dell’indice.

Un chiaro segnale di degrado della qualità dell’analisi, che non viene presa affatto in considerazione dai gestori dei fondi comuni e dei fondi pensione e che a volte sfocia in decisioni operative di segno contrario: se tutti gli analisti sono iper-positivi sul titolo è giunto il momento di vendere.

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