Anche Danimarca si ribella a Moody’s: banche rigettano i rating

18 Maggio 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Lo Stato più socialista d’Europa dichiara guerra alle agenzie di rating. No, non è la Francia di Hollande a prendersela con Moody’s ma la Danimarca governata dai socialdemocratici di Helle Thorning Schmidt.

Da sempre abituati a un pil pro capite che supera i 30 mila dollari e a uno Stato sociale che non ti lascia mai solo, gli scandinavi si tengono lontani dalla moneta unica, ma non restano immuni alla crisi dell’euro. La crescita del pil resta flebile (1% è la previsione per il 2012 della Commissione europea) e per non scivolare nella recessione è necessario evitare attacchi speculativi.

Moody’s, invece, ha trascinato anche i danesi nell’ultima ondata di declassamenti che ha travolto 114 banche europee. Solo che stavolta il principio stesso su cui si basa l’agenzia di rating le si ritorce contro: i suoi clienti, gli stessi che la pagano per essere giudicati, non si fidano più. Appena “bocciati”, infatti, alcuni dei sei istituti di credito danesi hanno deciso di respingere il voto al mittente. Danske’s mortgage unit e Nycredit hanno già licenziato l’agenzia e Jyske Bank A/S, la seconda banca della Danimarca, ha annunciato che lo farà presto.

Le tre agenzie leader del settore – Moody’s, Standard&Poor’s e Fitch – si finanziano con i contributi dei propri clienti, che le pagano per essere valutati e avere la giusta “etichetta” sul mercato. Ma secondo le banche danesi i modelli su cui si basa Moody’s sono fallimentari, e di conseguenza anche i suoi rating.

Certo – si potrebbe ribattere – il risentimento fa brutti scherzi: i giudicati dovrebbero accettare di buon grado anche le bocciature per rispettare l’indipendenza dei giudici. Ma Jyske Bank è convinta di essere dalla parte della ragione e che prima del libero mercato vada difeso l’interesse della sua nazione. La Danimarca sta emergendo con fatica da una doppia crisi che ha colpito sia il settore immobiliare sia quello creditizio e tutti i suoi cittadini devono collaborare per il bene collettivo.

L’amministratore delegato di Danske, Eivind Kolding, dichiara: “Il nostro paese sta andando nella giusta direzione. L’economia danese sta lentamente progredendo, i problemi più grandi sono alle spalle”. Le azioni del suo istituto, ad esempio, hanno registrato una crescita del 22%, in controtendenza con i cali degli altri istituti di credito europei. Adesso, dopo essere stata declassata da Moody’s, il valore è sceso dello 0.8% in un giorno.

Le agenzie di rating non si fidano della Danimarca a causa del suo corposo debito privato, che costringe lo Stato a continui interventi di “rattoppamento” per non far precipitare l’economia locale nel tunnel della recessione.

L’intervento pubblico stenta a funzionare, almeno a giudicare dalla diminuzione dei prezzi delle case (-23%) e dall’ennesima emissione di titoli basati sui mutui, non molto diversi da quelli che hanno causato la crisi globale. La Danimarca ha investito in questa “industria” 470 miliardi di dollari nel 2011, raggiungendo il terzo posto dopo Usa e Germania. La spesa non è finita: all’inizio di quest’anno il governo ha prestato soldi anche agli agricoltori.

Uno Stato che si prende troppo cura dei suoi cittadini non piace ai mercati finanziari e le agenzie di rating non potevano che sottolinearlo. Tant’è che anche a Bruxelles comincia a circolare la voce che il prossimo membro da salvare non sarà il Portogallo, ma la Danimarca. Potrebbe anche succedere, a meno che l’ennesimo errore di JPMorgan e i passi falsi di Moody’s conducano a un sollevamento globale contro i veri “padroni del debito”.

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