Analisi controfattuale. Tringali: “Ecco i costi dell’euro”

14 Agosto 2018, di Francesco Puppato

Euro si, euro no. Argomento particolarmente di moda e, quindi, discusso.

Sempre più sulla bocca di tutti si stanno avvicendando conversazioni e domande in merito alla convenienza o meno della moneta unica. In molti ancora dicono di non essere abbastanza preparati in materia per poter rispondere; altrettanti dicono di rispondere a pelle, senza però saper dimostrare in maniera concreta la loro idea sulla questione.

Ad ogni modo, la preoccupazione principale sembra essere quella legata ai timori di una iperinflazione, a un default in caso di uscita dall’euro con una moneta nazionale svalutata (sondaggi effettuati su Twitter).

Al contrario, poi, c’è chi sostiene che lasciando l’eurozona l’Italia tornerebbe a correre, proprio come faceva in passato quando era la quarta economia mondiale.

Un punto portato alla luce da alcuni noti economisti, come ad esempio Alberto Bagnai, presidente della VI Commissione (Tesoro e Finanze) è che spesso nelle considerazioni generali si parli di rischi legati all’uscita dalla moneta unica senza però pensare ad un’analisi controfattuale.

L’analisi controfattuale starebbe ad indicare i costi dovuti invece alla permanenza nell’euro. Sempre Bagnai, ritiene ad esempio che “lo stillicidio dello spread altro non è che un pagamento anticipato per il costo che gli investitori dovrebbero sostenere se l’euro si sfaldasse.” (“La trappola dell’euro – La crisi, le cause, le conseguenze, la via d’uscita”, Badiale & Tringali, pag.11).

In sintesi, l’Italia starebbe già pagando il suo biglietto di uscita dall’euro, ma lo starebbe pagando per rimanere intrappolata. Nella sua lunghezza d’onda troviamo altri noti economisti ed esperti.

Più nel dettaglio, ne abbiamo parlato con il Dott. Tringali, scienziato politico ed autore del saggio “La trappola dell’euro”, scritto assieme al prof. Badiale, ordinario di Matematica presso l’Università degli Studi di Torino.

“Il punto fondamentale è che, all’interno dell’eurozona, gli squilibri fra le economie nazionali non possono essere corretti a meno che i Paesi in surplus non accettino di compensare quelli in deficit“. Questo probabilmente succederà, almeno in parte, ma solo quando gli stessi Paesi in surplus avranno certezza di poter decidere le politiche interne dei Paesi in deficit.

Si tratta di questioni note, di cui economisti autorevoli parlano apertamente. Nel suo recente saggio, Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra dal 2003 al 2013 afferma che l’euro può restare in piedi solo al prezzo di un ulteriore impoverimento dei Paesi del Sud Europa, purché la Germania lasci salire l’inflazione al suo interno; oppure tramite trasferimenti diretti dai Paesi in surplus a quelli in deficit, ma in tal caso, i primi imporrebbero condizioni durissime ai secondi.

King afferma in modo netto che “La tragedia dell’Unione monetaria europea, dato il grado di impegno politico dei leader europei, non sta nella possibilità che tale unione finisca, ma che vada avanti, portando stagnazione economica nell’area valutaria più grande del mondo e ritardando così la ripresa dell’economia mondiale” [M. King “La fine dell’alchimia” Il Saggiatore 2016 pag. 223].

Ecco dunque il prezzo da pagare per la permanenza nell’euro: il perdurare della crisi, senza che si trovi una via d’uscita, oppure la perdita totale della sovranità con il conseguente vassallaggio verso i Paesi forti del Nord Europa”.

Già nel 1991 Praussello e Marenco, nei loro lavori inerenti allo SME (ovvero l’antenato dell’euro), dissero che i Paesi diversi dalla Germania oltre agli eventuali benefici dovevano valutare i costi dell’appartenenza allo SME in termini di produzione e di occupazione minori di quelli potenziali.

In conclusione, la volontà è quella di far notare che il rischio legato ad un’eventuale uscita dalla moneta unica, deve essere valutato al netto dei costi che invece comporta la permanenza nella stessa.