America in stallo totale come il Giappone. Quante bugie dell’elite economico-politica

13 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Martedì scorso la Federal Reserve ha dato l’imprimatur ufficiale alla tesi che gli Stati Uniti rischiano di cadere in un prolungato periodo di deflazione simile a quello che affligge il Giappone da una ventina di anni. Dopo aver corretto al ribasso le previsioni di crescita, la banca centrale americana ha immediatamente deciso di riprendere il programma di acquisto di obbligazioni statali.

In questa prima fase la Federal Reserve non stamperà nuova moneta (come aveva fatto invece in modo massiccio nei mesi scorsi), poiché utilizzerà solo i capitali che sta incassando grazie alle obbligazioni che giungono a scadenza. È comunque evidente che si tratta solo di un primo passo e che il moltiplicarsi delle notizie negative spingerà presto la Federal Reserve a stampare di nuovo moneta per tentare di rilanciare un’economia che, esauriti gli effetti delle misure di stimolo, si sta rapidamente ripiegando su sé stessa.

Nel frattempo l’amministrazione Obama continua a varare puntuali misure di sostegno dell’economia. Negli ultimi giorni sono stati stanziati 17 miliardi di dollari di aiuti agli Stati americani sull’orlo di una crisi finanziaria e 3 miliardi per aiutare il mercato immobiliare. Nelle prossime settimane verranno stanziati altri miliardi per evitare un nuovo crack di Fannie Mae e Freddie Mac, che oggi garantiscono gran parte dei mutui ipotecari americani. In precedenza aveva erogato 30 miliardi di dollari per allungare il periodo di beneficio dei sussidi ai disoccupati di lunga durata. È pure molto probabile che (forse già prima delle elezioni di inizio novembre) l’amministrazione Obama presenti un nuovo grande pacchetto di stimolo.

Insomma negli Stati Uniti è ripresa la frenesia degli interventi. A causare il panico, che si sta di nuovo impossessando di autorità politiche e monetarie, è lo spettro di una ricaduta dell’economia in recessione e soprattutto la prospettiva di un lungo periodo di deflazione alla giapponese. I timori americani valgono pari pari anche per l’Europa, anche se al di qua dell’Atlantico si pensa di navigare su un mare più calmo di quello che sballotta l’economia americana. Per quanto riguarda la Svizzera, basti pensare che i rendimenti delle obbligazioni della Confederazione a 10 anni sono scesi all’1,25%. In base all’andamento storico ciò vuol dire che il mercato dei capitali anticipa una deflazione (ossia una diminuzione dei prezzi annua) tra lo 0,5% e l’1%.

Appare dunque legittimo interrogarsi se la strategia costituita da pacchetti fiscali di stimolo e stampa di moneta, che Washington sta nuovamente adottando, possa permettere di evitare lo spettro della deflazione. La questione è rilevante poiché ben presto misure analoghe verranno invocate anche da alcuni Paesi europei, ricreando quella frattura tra Germania e Paesi latini che ora apparentemente è rimarginata.

La risposta a questo interrogativo è chiara. Non sono bastati a rilanciare l’economia i pacchetti di stimolo fiscale varati dall’amministrazione Obama e i circa 1.500 miliardi di dollari stampati dalla Federal Reserve per acquistare titoli statali e obbligazioni in cui erano impacchettati mutui ipotecari, crediti al consumo e via dicendo. Per replicare a coloro che sostengono che questi soldi sono stati sprecati, bisogna sottolineare – come confermano i dati di questi giorni – che queste misure hanno ridato fiato temporaneamente ad un’economia che altrimenti si sarebbe rapidamente avvitata su sé stessa, come stava avvenendo alla fine del 2008 e all’inizio del 2009. L’attuale perdita di colpi dell’economia statunitense è proprio dovuta all’esaurirsi degli effetti della droga somministrata da amministrazione e banca centrale ed è la conferma che l’economia non è in grado di ripartire senza l’ausilio di queste anfetamine.

Dalla lettura della ventennale esperienza deflazionistica dell’economia giapponese si hanno conclusioni analoghe. Il Giappone ha infatti varato innumerevoli piani di rilancio dell’economia e la banca centrale ha stampato grandi quantità di moneta per acquistare i titoli del debito pubblico, ma ciò non è bastato a rimettere l’economia nipponica su un sentiero di crescita sano e duraturo. Tutto ciò non è nemmeno stato sufficiente per uscire dalla morsa della deflazione.

Qual è il motivo di questi fallimenti? Queste misure di stimolo funzionano quando si deve affrontare una crisi congiunturale, ma non sono sufficienti quando la crisi è strutturale ed è soprattutto determinata da un’enorme quantità di debiti che gravano sull’economia, condizionando le scelte di banche, famiglie, imprese ed enti pubblici.

Negli Stati Uniti per ripianare anni e anni di continua crescita dell’indebitamento privato, favorito e moltiplicato dalla nuova ingegneria finanziaria, occorreranno anni, anche perché negli ultimi mesi è fallito il tentativo di far ripartire questa macchina infernale ed è svanita quindi la speranza di uscire dalla crisi creando nuove bolle finanziarie. Addirittura, la deflazione negli Stati Uniti rischia di essere ben più dura e pericolosa di quella vissuta dal Giappone.

I motivi sono presto detti: il Giappone non è mai dipeso dai finanziamenti stranieri. In altri termini, il risparmio delle famiglie bastava per coprire, dapprima, i debiti di imprese e banche e, poi, il crescente debito pubblico. Gli Stati Uniti, invece, dipendono dalla disponibilità dei Paesi arabi ed asiatici (in primo luogo della Cina) di continuare a finanziare una superpotenza che continua a vivere al di sopra delle proprie possibilità. La questione economica si intreccia dunque immediatamente con quella geopolitica. E soprattutto accelera i tempi dello spostamento del baricentro del mondo dagli Stati Uniti verso l’Asia. In altre parole, il prolungarsi della crisi e soprattutto una caduta in deflazione degli Stati Uniti non hanno solo conseguenze sul piano economico e finanziario, ma anche sugli equilibri di potere del mondo.

Non volendo in questa sede addentrarci in questa problematica, che rischia di diventare cruciale nei prossimi anni, per accorciare i tempi di questa crisi, che si prefigurano molto lunghi, occorrerebbe predisporre pacchetti di sostegno dell’economia, che continueranno ad essere indispensabili per evitare una depressione, che riorientino la domanda dai consumi privati verso quei beni pubblici o collettivi (dagli investimenti nelle infrastrutture al miglioramento della qualità di scuole e università, alla ricerca ecc.) che sono stati ampiamente negletti negli ultimi decenni.

A questo scopo occorrerebbe una vera riforma del sistema finanziario per renderlo nuovamente uno strumento di raccolta del risparmio destinato a finanziare gli investimenti nell’economia reale, vietando o tarpando le ali ai responsabili della crisi, ossia banche di investimento, Hedge Fund, fondi Private Equity. Ed infine va studiata una ristrutturazione del debito detenuto da famiglie ed enti pubblici.

Niente di tutto ciò appare all’orizzonte. Anzi, le misure intraprese si fondano sulla speranza che tutto riprenda a girare come prima, ossia con famiglie che consumano sempre più, borse che salgono ridando l’illusione di poter ancora contare su pensioni decenti e imprese che investono ed assumono. Tutto ciò è una grande mistificazione voluta da una élite politica ed economica che non vuole rendersi conto che per uscire veramente dalla crisi bisogna voltare pagina.

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