Altro che sanzioni, “Usa e Israele dovrebbero bombardare l’Iran”

7 Febbraio 2012, di Redazione Wall Street Italia

New York – E’ di nuova caldissima la frontiera dell’Iran. Da ieri è cosa fatta: le nuove sanzioni Usa contro Teheran sono diventate realtà. Nel mirino sono finiti i suoi programmi nucleari. E il dibattito sulla convenienza o meno di un attacco è tornata con prepotenza d’attualità.

Non ha dubbi in merito Niall Ferguson, senior fellow alla Stanford Hoover Institute. In un lungo articolo pubblicato sul quotidiano britannico The Daily Beast sbatte in prima pagina ben cinque motivazioni per sostenere un’azione militare nel Paese.

Inizia citando il famigerato Stretto di Hormuz preso in ostaggio qualche settimana fa dalla speculazione e da cui transita la maggior parte del petrolio destinato al mondo. “Con due portaerei nel golfo e una terza in arrivo non c’è altro da fare”, dice, augurandosi che anche “tutti i paesi musulmani si uniscano nella rappresaglia”. D’altra parte che il mercato abbia già scontato uno scenario simile lo prova l’andamento dei prezzi del petrolio scesi perché nonostante il possibile attacco con l’Iran resti un’ipotesi valida, i sauditi hanno iniziato a produrre più olio nero per moderarne i prezzi.

“L’Iran otterrà solo umiliazioni militari”, sottolinea Ferguson citando Saddam Hussein e ricordando il carattere di eccezionalità seguito alla guerra del Golfo Persico, “anche se sappiamo tutti poi com’è finita”. Certo qui l’Iran le armi nucleari le ha davvero. A suo avviso è necessario costringere il regime di Teheran ad agire nel modo più razionale. Se non dovesse accadere, “la guerra potenziale con l’Iran è un male minore rispetto a una politica di riconciliazione”.

La paura del mondo è che il conflitto possa allargarsi e coinvolgere anche Israele. Per chi opera in Borsa i consigli operativi sono due: il primo è quello di stare alla larga dalle società attive nella spedizione di petrolio come Frontline o Nordic American Tankers.
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Punto due i prezzi del greggio se si arriverà davvero un conflitto nel Golfo sono destinati a salire. Non è un caso se ExxonMobil in occasione della sua trimestrale abbia visto salire del 16% i suoi utili. E’ stato proprio l’ascesa dell’oro nero a portare a questi risultati. Un altro nome interessante è Sandridge Energy, perché sottovalutata.

Infine in caso di conflitto c’è chi consiglia di monitorare l’andamento della valuta del Paese, il rial, che potrebbe svalutarsi del 50% del suo valore nel giro di poche settimane. Un movimento di fronte al quale non spaventarsi – dicono gli esperti di mercato – perché preannuncerebbe che una risoluzione è dietro l’angolo.