ALLA PORSCHE LA TRASPARENZA E’ UN LUSSO

13 Agosto 2001, di Redazione Wall Street Italia

Il titolo Porsche in Germania potrebbe fare scuola. Attira investitori anche senza rispettare i canoni tradizionali.

In un periodo come questo, dove l’euforia ha lasciato spazio alla prudenza e all’attenzione verso la trasparenza sulla comunicazione dei bilanci e dei rating, Porsche ha preso alcune iniziative che definire poco ortodosse è dire poco.

La settimana scorsa, la compagnia automobilistica tedesca è stata prima ammonita dalla Borsa tedesca e poi “cacciata” dall’indice MDAX perché si è rifiutata di comunicare i dati trimestrali.

Il numero uno di Porsche, Wendelin Wiedeking, ha ribattuto che le compagnie tedesche non dovrebbero essere costrette ad essere “troppo anglosassoni”. “Non bisogna necessariamente – dice ancora Wiedeking – scimmiottare quello che fanno negli USA”.

Porsche, uno dei migliori titoli del settore al mondo, è invece la delizia dei gestori di fondi d’investimento, e non sembra aver risentito della decisione di Deutsche Boerse anche se il prezzo è leggermente scivolato.

Secondo i trader americani “gli investitori USA non sono preoccupati di questa decisione. Le cifre di vendita, per questo settore, dicono abbastanza in termini di solidità e di
affidabilità.

Grazie alla gestione Wiedeking, le vendite e i profitti di Porsche sono saliti anno dopo anno. Quest’anno il titolo è salito del 17%. In nove anni il titolo è cresciuto di 25 volte. “Non male per un titolo old economy – ha detto lo stesso Wiedeking”.

Insomma, anche se non ci sono i dati relativi al trimestre i fondamentali sono ottimi, e questo potrebbe essere sufficiente. Infatti, nonostante il rallentamento dell’economia americana, le vendite Porsche negli USA rimangono alte, e anche per il prossimo anno sono previsti margini discreti.

Wiedeking, il giorno dell’annuncio della decisione da parte di Deutsche Boerse, ha comunque dato ai mercati qualche cifra: più di un miliardo di marchi di utile lordo nell’anno che terminava il 31 di Luglio, un aumento del 18% rispetto ai circa 848,6 milioni di marchi dell’anno precedente.

Ma perché Porsche non deve temere più di tanto sul prezzo dell’azione? Semplice: tutte le azioni che contano sono in mano a due famiglie austriache, i Porsche e i Piechs, mentre sul mercato ci sono solo azioni privilegiate senza diritto di voto, senza contare che Porsche raramente fa riferimento al capitale sul mercato. L’ha fatto solo una volta, alla fine degli anni Ottanta (con un aumento di capitale) e non ha debiti con le banche. Tutti gli investimenti vengono fatti con cash flow interno. Ecco spiegati anche i motivi della decisione di Wiedeking.

“Noi non vogliamo speculatori, gente che investe nel breve periodo – dice un portavoce di Porsche –noi vogliamo proteggere i nostri investitori e incoraggiarli a un’ottica di lungo periodo”.

Wiedeking aggiunge fuoco al fuoco delle polemiche: troppe cifre fanno male e portano dei danni alle società. Il riferimento è al Neuer Markt tedesco, che di recente ha preso delle severe decisioni sui titoli quotati.

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