Alert: Passera, Banca Intesa e gli affari di famiglia

3 Settembre 2010, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Sostiene il banchiere Corrado Passera che quei sette milioni di euro parcheggiati nel paradiso esentasse di Madeira sono un gruzzolo di famiglia denunciato al Fisco e accantonato all’estero in attesa di una buona occasione per spenderlo. Tutto regolare, quindi, assicura il gran capo di Banca Intesa in una lettera di risposta a un recente articolo del Corriere della Sera. E che dire delle sue proprietà alberghiere? Cose vecchie, ereditate dai genitori. Insomma, niente di rilevante, nulla che possa interferire con il suo ruolo di amministratore delegato della più importante banca d’Italia.

Ma la versione minimalista offerta da Passera ai lettori del Corsera non spiega tutto. Non spiega fino in fondo gli intrecci azionari, i prestiti per centinaia di milioni di euro, le compravendite di titoli che tre anni fa sono serviti a riportare in Italia dal Lussemburgo il pacchetto di controllo dell’hotel Villa d’Este di Cernobbio, un cinque stelle tra i più lussuosi al mondo, meta abituale di superVip e presunti tali.

La miccia che innesca questa girandola di affari è un prestito di 157 milioni concesso da Intesa alla famiglia Fontana, industriali brianzoli che usano quei soldi per comprare il pacchetto di maggioranza di Villa d’Este. L’hotel, un tempo trattato in Borsa, può contare su decine di azionisti di minoranza. E tra questi c’è anche Passera, insieme a sua madre, al fratello, alla sorella. La loro quota è poca cosa: meno dell’1 per cento della società di gestione dell’albergo. Quanto basta, però, per esporre il banchiere a un potenziale conflitto d’interesse.

Infatti Intesa, la banca guidata da Passera, finanzia la compravendita di una società di cui lo stesso Passera è azionista. E i Fontana, secondo quanto dichiarano all’epoca, sono pronti ad acquistare, oltre alla quota di controllo parcheggiata in una finanziaria lussemburghese, anche le azioni dei piccoli soci dell’Hotel. Quindi, in teoria, anche quelle dei Passera.

Per togliersi dall’imbarazzo il banchiere avrebbe potuto rendere nota la sua posizione agli altri consiglieri di amministrazione di Intesa chiamati ad approvare il prestito. Ma Passera tace. Nel verbale del consiglio di amministrazione del 14 novembre 2007, che dà il via libera al fido di 157 milioni per finanziare l’acquisto di Villa d’Este, non si fa cenno a interventi del numero uno. E il prestito viene approvato all’unanimità, con il voto favorevole, quindi, anche di Passera.

Particolare importante: nel consiglio di Intesa siede anche Giuseppe Fontana, proprio l’imprenditore che deve avere il prestito. In pratica la banca ha finanziato per decine di milioni un suo consigliere. Fontana però, come prescrive la legge, non partecipa alla votazione sul prestito. Qualche mese dopo circa 50 milioni di questo finanziamento vengono trasferiti alla Banca Popolare di Sondrio. Coincidenza delle coincidenze: Fontana era amministratore anche di questa banca.

Ma torniamo a Passera per segnalare un altro fatto rimasto fin qui inedito. Il 16 ottobre 2007, quindi meno di un mese prima della concessione del prestito, una società dei Passera, l’Immobiliare Venezia, vende circa 15 mila azioni di Villa d‘Este incassando 117 mila euro. Chi compra? Il bilancio della società non indica il nome dell’acquirente. Certo è che i tempi di questa operazione, che precede di poche settimane l’ingresso in campo di Intesa, finiscono per sollevare nuovi dubbi e sospetti. Di più: Passera e famiglia vendono le loro azioni a circa 7 euro ciascuna. Un mese dopo Fontana finanziato da Intesa compra il 62 per cento del capitale di Villa d’Este a circa 67 euro per azione. I conti non tornano.

E certo non aiuta a fare chiarezza il fatto che la vendita dell’hotel di Cernobbio transiti da una società del Lussemburgo, tradizionale approdo a prova di fisco per affari di ogni tipo. In pratica il prestito di Intesa è finito nel Granducato nelle casse della Finanziaria Regina, che ha ceduto la quota di controllo di Villa d’Este. L’azionista principale della società lussemburghese era Claudio Luti, proprietario tra l’altro della società di arredamento Kartell. Ma gli stessi Fontana possedevano una quota del 30 per cento circa.

E qui arriva un altro gioco di prestigio. Con una complessa operazione di ingegneria finanziaria la famiglia brianzola si libera della partecipazione nella società lussemburghese e in cambio ottiene 70 milioni, che approdano sui conti bancari della loro holding, la Loris Fontana & c. Riassumendo: i soldi di Intesa finiscono in Lussemburgo e da qui rimbalzano in una società targata Fontana. Tempo qualche mese e parte di quel denaro troverà una pronta occasione d’impiego. Siamo nell’estate del 2008. C’è l’Alitalia da salvare.

Silvio Berlusconi chiama a raccolta i nuovi capitani coraggiosi disposti a investire per rilanciare la compagnia di bandiera dopo averne scaricato i debiti sui contribuenti. Fontana, da poco padrone di Villa d’Este, stacca un assegno da 10 milioni per la nuova Alitalia. A organizzare la cordata è proprio la Banca Intesa di Passera, all’epoca ben allineato e coperto sulle posizioni del governo. Passera chiama. Fontana risponde. Intesa paga il conto.

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