Aggressività: un pacemaker per il cervello è capace di spegnerla?

8 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – L’aggressività umana si nasconde in una particolare struttura del cervello, molto profonda; e quando questa struttura si “guasta” il comportamento aggressivo può diventare una patologia. Un pacemaker, molto simile a quelli che si utilizzano per il cuore, è però in grado di “spegnere l’interruttore” che scatena questi comportamenti aggressivi, e quindi curare alcune alterazioni patologiche del comportamento. Lo ha dimostrato un gruppo di ricercatori della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano, dell’Università Statale di Milano e dell’Istituto Neurologico Besta, con uno studio pubblicato sulla rivista Biological Psychiatry.

I ricercatori hanno studiato l’attività elettrica del cervello di due pazienti: uno con aggressività patologica, impossibile da trattare con i farmaci, l’altro con una forma di cefalea a grappolo anch’essa resistente alle terapie. Quest’ultimo è servito da controllo: il paziente aveva bisogno dello stesso trattamento per la sua patologia rispetto a quello con l’aggressività patologica, ma era perfettamente sano dal punto di vista comportamentale.

STIMOLAZIONE – A causa della resistenza alle terapie farmacologiche, i due pazienti sono stati trattati con la stimolazione cerebrale profonda (DBS, deep brain stimulation), che consiste nell’inserire dei sottili elettrodi in particolari punti del cervello per ripristinarne il funzionamento. Trasmettono una debole corrente e il loro funzionamento può essere considerato analogo a quello di un pacemaker per il cuore.

Gli interventi hanno permesso di scoprire qualcosa in più sull’aggressività patologica. «Questi elettrodi – spiega Alberto Priori, neurologo della Fondazione Ca’ Granda e professore associato all’Università degli Studi – ci offrono un’opportunità unica, quella di ricavare dati importantissimi da porzioni del cervello altrimenti inaccessibili, e senza creare danno al paziente. Per questo abbiamo deciso di registrare i dati durante gli interventi: conoscere il più possibile le basi biologiche e neurologiche delle patologie ci permetterà in futuro di studiare terapie sempre più mirate».

IPOTALAMO – I ricercatori hanno registrato l’attività elettrica dell’ipotalamo, una regione del cervello importantissima nel controllo della temperatura corporea, del sonno e del bisogno di cibo. «Il paziente aggressivo presentava delle specifiche onde ipotalamiche lente – commenta Manuela Rosa, ingegnere biomedico e prima autrice dello studio – e mancava invece di quelle normali, che viaggiano a circa 10 Hertz. Questo significa che l’ipotalamo del paziente aggressivo aveva parametri molto diversi da quelli del paziente con cefalea, che dal punto di vista del comportamento era assolutamente normale. I parametri che abbiamo registrato nel paziente con aggressività patologica potrebbero quindi essere la radice biologica di questo comportamento alterato».

I due pazienti sono stati operati circa un anno fa, e sono stati seguiti per tutto il tempo dal team di medici e ricercatori. «Dopo alcune settimane di stimolazione dell’ipotalamo – spiega Angelo Franzini, direttore della neurochirurgia III della Fondazione Istituto Neurologico Besta, dove questa tecnica è stata inventata – l’aggressività del primo paziente era notevolmente ridotta, e il suo comportamento era molto più tranquillo. Nel paziente con cefalea i sintomi erano del tutto scomparsi». Oggi entrambi stanno bene.

QUINDICI CASI – I casi di aggressività patologica trattati con questa tecnica sono pochissimi nel mondo: se ne contano quindici, di cui sette curati da Franzini. La stimolazione cerebrale profonda è invece comunemente usata per una serie di malattie neurologiche in particolare il Parkinson, la distonia, il tremore e il dolore.

Recentemente si è iniziato a usarla anche per la sindrome di Tourette e i disturbi ossessivi compulsivi, oltre che – come detto – per la cefalea a grappolo farmaco resistente. «In tutti questi casi parliamo di pazienti che non rispondono ai trattamenti farmacologici ordinari – spiega il professor Priori – e il punto di stimolazione cambia a seconda della patologia. Nulla a che vedere con l’elettrochoc, che fa un “reset” generale del cervello: in questo caso l’area interessata è grande più o meno quanto una lenticchia».

Quali i possibili effetti collaterali della stimolazione cerebrale profonda? «Il trattamento è estremamente preciso ed è modulabile in base alle necessità del singolo paziente, oltre che totalmente reversibile – spiega Priori -. Inoltre ha sicuramente meno effetti rispetto alle dosi massicce di medicinali che dovrebbe prendere chi soffre di aggressività patologica».

Come funziona la deep brain stimulation? «Si tratta di un sistema fisso, che viene impiantato sotto pelle una sola volta nella vita. Ogni 4-5 anni vanno sostituite le batterie» dice Priori.

COSTI ALTI – Al Policlinico di Milano è in preparazione anche un sistema più complesso in gradi di attivarsi in modo “automatico” solo in caso di necessità, ma non sarà pronto prima di 5 anni. Ad oggi molte persone, più di quante si possa immaginare, convivono con la stimolazione cerebrale profonda.

Il Servizio sanitario nazionale la rimborsa per Parkinson, distonia e dolore, ma i costi a carico dello Stato sono alti: si parla di 30-40mila euro a paziente. In Italia sono alcune migliaia le persone con l’impianto, solo in Lombardia vengono fatti 250 interventi ogni anno (192 negli ultimi dieci mesi): è la regione del record, dato che vanta ben dieci centri che effettuano il trattamento e dove confluiscono pazienti da tutta Italia.

«In teoria si potrebbe pensare di “curare” con la stimolazione profonda anche i serial killer, dato che anche in quel caso si tratta di alterazioni neurologiche – conclude Priori -, ma oggi come oggi questa è fantascienza».

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