ADDIO ALLA FAVOLA DELLA FINANZA SENZA RISCHI

6 Agosto 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Prestare denaro senza fare troppo caso alla solvibilità del debitore era diventato così comune che ormai questi mutui avevano anche un soprannome: «Ninja loans», con riferimento non alle tartarughe dei cartoni animati maalle iniziali di «No Income, No Job or Assets» (in italiano, uno che non ha un lavoro, né un reddito né un patrimonio). Che alla fine per il mercato del credito sia arrivata la resa dei conti, non è — quindi — cosa che sorprende più di tanto gli operatori di Wall Street. Quello che li allarma è la velocità con la quale è mutato lo stato d’animo dei risparmiatori e la difficoltà di capire quanto sia vasto l’incendio: è già andato ben oltre i confini dei mutui «subprime », quelli concessi ai clienti meno affidabili, ha bruciato alcuni «hedge fund» e sta asfissiando coi sui fumi la banca d’affari Bear Stearns.

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Arriverà fino ai grandi istituti di credito? Chuck Prince, il capo del gruppo Citibank (ora rinominato semplicemente Citi), la più esposta ma anche la più grande delle banche commerciali americane, minimizza i problemi e assicura che l’istituto «continuerà a danzare» nel mercato dei prestiti. La festa, insomma, non sarebbe finita: un’affermazione un po’ sopra le righe che non ha tranquillizzato i risparmiatori. A tenere col fiato sospeso gli operatori finanziari in attesa dell’odierna riapertura della Borsa di New York, non è tanto lo scivolone di venerdì scorso (meno 2%) quanto il repentino cambiamento d’umore del mercato.

Nonostante tutti gli scricchiolii, la «bolla» immobiliare scoppiata da un anno e la grave crisi del mercato «subprime», ancora due settimane fa gli investitori ostentavano ottimismo, con l’indice Dow Jones che il 19 luglio aveva segnato un altro record storico, superando per la prima volta quota 14 mila. Poi, giorno dopo giorno, è iniziata la fuga dagli investimenti più remunerativi ma a più alto rischio che da anni riempiono i portafogli di «hedge », fondi comuni e anche delle banche. Cosa è successo? Nessuno ha le idee chiare perché questa è una caduta diversa dalle precedenti: la prima crisi da quando i mercati finanziari sono stati trasformati (ed enormemente dilatati) dall’introduzione dei derivati e di altri strumenti finanziari sempre più sofisticati.

«Questa è la prima correzione del nuovo mercato del credito: l’ultima avvenne in epoca precedente allo sviluppo delle istituzioni e degli strumenti finanziari che oggi dominano il mercato » spiega sul New York Times, Jack Malvey, economista di Lehman Brothers. La sensazione è che fino a un certo punto gli scricchiolii siano stati ignorati nella convinzione che questo «nuovo mercato» del credito fosse strutturalmente molto meno esposto alle crisi finanziarie: i nuovi strumenti consentono infatti di diluire tutti i rischi. Il caso tipico è proprio quello dei mutui: l’istituto che li concede spezzetta poi il credito e lo trasferisce ad altri fondi e banche che a loro volta «impacchettano » il tutto sotto forma di obbligazioni che vengono rivedute sul mercato.

Negli ultimi giorni il crollo della American Home Mortgage, la crisi di Bear Stearns e l’intervento per il salvataggio di una banca tedesca, hanno mostrato che le cose non stanno esattamente così: è vero che con la «nuova finanza» i rischi sono stati diluiti, ma non fino al punto di «vaccinare» il sistema dalle conseguenze di un’ondata di prestiti concessi in modo avventato. E’ una delle disfunzioni indotte da una trasformazione del mercato che un capitalismo ben funzionante dovrebbe vedere e correggere tempestivamente: i controlli sulla solvibilità dei debitori sono spesso venuti meno perché l’istituto che emetteva il mutuo era più interessato alle provvigioni che alle condizioni di prestiti destinati comunque ad essere trasferiti ad altri. I quali, in genere, li compravano «a scatola chiusa», sempre sulla base della convinzione che il rischio sarebbe poi stato diluito attraverso l’emissione di obbligazioni.

Ora che si è tornati coi piedi per terra, si scopre che il nuovo mercato dei derivati, oltre al positivo effetto di diluizione dei rischi, si tira dietro anche un problema, in qualche modo speculare rispetto a questo vantaggio: una volta che emerge una crisi, è difficile individuare e circoscrivere i focolai perché i prodotti finanziari «avariati»— nel nostro caso i mutui — possono essere finiti ovunque. Detto questo, sono in molti a ritenere che la crisi attuale potrebbe rivelarsi salutare. Certo, ci saranno perdite significative per molti investitori, ma l’impatto complessivo sul sistema non dovrebbe essere troppo pesante: al di fuori degli Usa le economie continuano a crescere e anche l’America dà segni di vitalità: esportazioni in ripresa e Pil in aumento nonostante la crisi immobiliare e lo stallo dell’industria delle costruzioni.

Domani, martedì, toccherà alla Federal Reserve dire la sua sui tassi d’interesse: a Wall Street molti sperano in una riduzione che faccia tornare un po’ di fiducia (e di liquidità) nel mercato, ma, tra gli esperti, i più ritengono che il capo della Banca centrale, Ben Bernanke, rinvierà all’autunno il taglio del costo del denaro, lasciando che l’attuale «credit crunch» faccia pulizia nel mercato dei prestiti.

La situazione è, comunque, molto delicata, con tanta gente che cammina sul filo del rasoio: non solo i gestori di «hedge fund» che stanno vendendo yacht e ville hollywoodiane e i banchieri costretti a cancellare le vacanze estive: su un piano generale — e quindi anche per l’Europa e l’Italia — il problema principale potrebbe venire, più che dalle banche, dal consumatore americano: fin qui ha comprato di tutto, molto al di là dei suoi mezzi. Un suo comportamento più prudente veniva auspicato da tempo, mase ora—tra crollo dei valori immobiliari, benzina alle stelle e rubinetto del credito asciutto—comprimerà bruscamente gli acquisti, saranno guai per tutti.

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