Acri, microcredito strumento di coesione sociale (2)

27 Agosto 2010, di Redazione Wall Street Italia

(Teleborsa) – Secondo le indicazioni raccolte dall’indagine della Commissione Microcredito dell’Acri le ragioni dell’aumento della necessità di piccoli crediti è determinata principalmente da: impatto della crisi economica, deterioramento dell’occupazione (cassa integrazione, mobilità…), aumento di lavori precari e irregolari, fallimento di realtà produttive anche consolidate che, unito alle scarse possibilità di ricollocamento di persone espulse dal mondo del lavoro, accresce l’impoverimento delle fasce di reddito più basse e, conseguentemente, le loro possibilità di accesso al credito, mentre aumenta il numero delle situazioni di illiquidità temporanea. I dati pubblicati dall’European Microfinance Network segnalano che nel 2009 il portafoglio del microcredito in Italia (l’analisi tocca le 32 organizzazioni di microcredito che hanno risposto sulle 94 censite) è stato di circa 12 milioni 700mila euro (con un erogato di quasi 11 milioni di euro), a fronte di un portafoglio a livello europeo di 828 milioni di euro. I beneficiari del microcredito nel nostro Paese sono principalmente donne e immigrati e l’ammontare medio di ogni credito è di circa 6mila euro (9.641 euro è invece l’ammontare medio a livello europeo). > ha sottolineato Luca Remmert, presidente della Commissione. Nel nostro ordinamento giuridico è, infatti, in via di introduzione la definizione di microcredito e la regolamentazione degli operatori specializzati in microfinanza, tramite un decreto legislativo che modifica a questo fine gli articoli 111 e 113 del Testo Unico Bancario (a seguito della Direttiva 2008/48/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 23 aprile 2008 relativa ai contratti di credito ai consumatori). L’introduzione di queste norme porterà fra l’altro maggiore chiarezza soprattutto per la salvaguardia dei beneficiari finali, potenzialmente esposti al rischio di usura: la precisa indicazione che i tassi debitori siano inferiori a quelli di mercato sarà un utile parametro di riferimento per poter parlare coerentemente di microcredito. Secondo l’European Microfinance Network, per il biennio 2008-2009 in Italia il tasso d’interesse medio dei microcrediti è stato del 3,7% contro il 5% della Francia, il 9% di Spagna e Irlanda, il 22% della Gran Bretagna, dove peraltro le iniziative di microcredito sono prevalentemente orientate allo start-up di imprese. Proprio in merito alle tipologie di microcredito sia la VI Commissione Finanze della Camera sia la 6a Commissione Finanze del Senato hanno posto particolare attenzione nel recepire le attese dell’intero mondo del privato sociale italiano, in particolare delle Fondazioni, riguardo alla valorizzazione degli aspetti del microcredito più direttamente riferiti al sostegno e all’inclusione sociale delle persone e delle famiglie in temporanea difficoltà economica, oltre quelli più squisitamente finalizzati al supporto per lo sviluppo e per il consolidamento di microimprese. In generale – anche sulla scorta di vincoli normativi che vietano alle Fondazioni di esercitare funzioni creditizie e di finanziamento anche indiretto alle imprese di qualsiasi natura ad eccezione di quelle proprie strumentali – i progetti di microcredito delle Fondazioni mostrano una struttura “triangolare”, che vede coinvolti come protagonisti: enti intermedi, costituiti da Caritas diocesane, cooperative, comitati, associazioni, centri di ascolto, cui viene affidato prevalentemente un ruolo di antenne e di tutoraggio; banche, che erogano i finanziamenti; e le Fondazioni, appunto, che intervengono prevalentemente tramite fondi di garanzia, ma anche per disegnare e favorire l’avvio dei servizi ancillari di tutoraggio e di assistenza svolti dagli enti intermedi. Questa modalità di approccio “triangolare” consente il coinvolgimento delle banche tradizionali che sempre più, disponendo di funzionari preparati, schemi operativi collaudati e procedure efficienti, attivano specifici comparti e, soprattutto, potrebbero dar vita a società ad hoc, controllate da loro, dedicate al microcredito e gestite con criteri del business sociale, eventualmente con un apparato tecnico totalmente separato da quello della banca, come già avviene in alcuni casi. Riguardo ai fondi di garanzia, le Fondazioni ritengono che in una prospettiva futura si possono valutare maggiori spazi di collaborazione tra le Fondazioni stesse e con altri soggetti pubblici e privati che operano per le medesime finalità, in relazione alla loro gestione. Questo potrebbe essere fatto anche sulla base di una valutazione della dimensione ottimale dei fondi di garanzia sotto il profilo patrimoniale e geografico. Finora, però, il raggio d’azione degli interventi è stato prevalentemente legato al raggio d’azione della Fondazione stessa sul territorio.