A CHI SERVE
UNA OPEC DEL GAS?

23 Aprile 2007, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) –
A quattro anni di distanza dal crollo di Baghdad (che secondo i neocon avrebbe battezzato gli Usa come “nuovo OPEC”), un meeting nel piccolo emirato del Qatar potrebbe segnare la nascita di un nuovo cartello: l’OPEC del gas, costituita da un gruppo di nazioni che controllerebbe il 73% delle riserve mondiali di gas e il 42% della sua produzione.

Si tratta di una notizia di un certo rilievo, perché un cartello del gas sulla falsariga dell’OPEC rappresenta innanzitutto una brillante idea politica e un’astuta operazione per la creazione e la diffusione di una (nuova) immagine. E, ironia della sorte, questa volta è proprio il ricco Occidente, così appassionato di branding quando si tratta di bibite analcoliche o di televisione, a sudare freddo.

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Per ospitare questo meeting cruciale del Forum dei Paesi Esportatori di Gas (Fpeg), un’organizzazione fondata nel 2001 – ed evidentemente intenzionata a rinnovarsi –, non si sarebbe potuto scegliere una località più appropriata di Doha: entro il 2008 il Qatar, che già vanta il reddito pro capite più alto di tutto il Medio Oriente, diventerà infatti il principale fornitore mondiale di gas naturale liquefatto (GNL). L’interpretazione ufficiale è che questo emirato stia «investendo con prudenza» non meno di 130 miliardi di dollari nel corso dei prossimi 5-7 anni, per poter costruire un’«economia dinamica e sostenibile». Gli iracheni, in procinto di venir “derubati” del benessere ottenuto grazie al proprio petrolio, hanno tutte le ragioni di esserne contrariati, per non parlare di quei paesi in via di sviluppo che di gas sono privi.

Attualmente i membri del Forum dei Paesi Esportatori di Gas sono: Algeria, Bolivia, Brunei, Egitto, Indonesia, Iran, Libia, Malesia, Oman, Qatar, Russia, Trinidad, Tobago, gli Emirati Arabi Uniti e il Venezuela, con la Norvegia a fare da semplice osservatore. Russia, Iran, Qatar, Venezuela e Algeria sembrano essere i potenziali padri fondatori dell’OPEC del gas: i loro leader politici, infatti, sono tutti favorevoli al progetto, da Vladimir Putin a Mahmoud Ahmadinejad, da Hugo Chávez a Abdelaziz Bouteflika. Ed è proprio questo che fa rabbrividire gli Stati Uniti e l’Unione Europea: l’irascibile Putin e gli “spauracchi” numero uno del momento, gli stessi Chávez e Ahmadinejad, si trovano a dettar legge all’interno dell’ennesimo gruppo di potere.

La Russia possiede le più grandi riserve mondiali di gas (47,8 miliardi di metri cubi), seguita dall’Iran (26,7 milioni di metri cubi) e dal Qatar (23,7 miliardi di metri cubi). Ma per quanto riguarda la produzione le cose cambiano. Secondo i dati del 2005, la Russia controlla non meno del 21,6% della produzione mondiale di gas naturale, percentuale notevolmente superiore a quella dell’Algeria (3,2%), dell’Iran (3,1%), dell’Indonesia (2,8%) e della Malesia (2,2%). In particolare, Mosca punta a diventare un colosso delle esportazioni mondiali di gas: al momento infatti esporta solo un terzo della propria produzione. L’Iran, per quanto possa sembrare incredibile, importa più gas dal Turkmenistan di quanto ne esporti verso la Turchia, a causa di problemi di investimenti e, come per la Russia, il suo obiettivo principale è quello di diventare uno dei maggiori esportatori mondiali di oro blu.

Non sorprende perciò che l’Iran, che è la seconda riserva mondiale di gas ed ha un disperato bisogno di incrementare le proprie esportazioni, abbia caldamente raccomandato alla Russia la costituzione di un OPEC del gas. A differenza del mercato del petrolio, in quello del gas non c’è alcun coordinamento dei prezzi: questi ultimi vengono negoziati singolarmente tra acquirente e produttore, con contratti fino a cinque anni. E di solito sono sempre i compratori, per la stragrande maggioranza appartenenti al ricco occidente, ad avere la meglio. Per i paesi produttori, quindi, un OPEC del gas ha senso soprattutto in termini di pronto contrattacco nei confronti delle potenze economiche occidentali. In particolare, per l’Iran sarebbe fondamentale dal punto di vista strategico: potrebbe aprire la strada ad una sua presenza molto più forte nei mercati asiatici ed europei, ed aumentarne la sicurezza e il potere di dissuasione. Detto in parole povere: con l’Iran all’interno di un OPEC del gas, nessun paese occidentale si sognerebbe di supportare un attacco preventivo statunitense.

Facile a dirsi, difficile a farsi. Prendiamo il caso del Qatar: il paese in sé potrebbe anche essere favorevole all’iniziativa, ma essendo in realtà poco più che una base militare statunitense, Washington non acconsentirebbe mai alla sua partecipazione ad un cartello del gas. Senza contare il fatto che esporta già gran parte del proprio GNL verso gli USA. E così, ancora prima dell’incontro del Forum, il Ministro dell’Energia del Qatar Abdullah bin Hamad al-Attiyah aveva annunciato alla Reuters di Abu Dhabi: «Non vediamo alcuna necessità di creare un’organizzazione del gas, poiché il problema della sua distribuzione è ben più complesso».

Basta pensare al caso piuttosto contorto del Turkmenistan: attualmente il gas naturale, che la repubblica centroasiatica possiede in abbondanza, viene esportato per mezzo di gasdotti russi. E non ci sono indiscrezioni sulle intenzioni del neopresidente Gurbanguly Berdymukhammedov – il successore di Saparmurat Niyazov “Turkmenbashi” (padre di tutti i turkmeni), recentemente scomparso dopo aver regnato da dittatore per 21 anni.

Un gioco russo-iraniano

Si dà assolutamente per scontato che lo scorso gennaio, a Teheran, la Guida Suprema dell’Iran, l’Ayatollah Khamenei, abbia proposto formalmente la costituzione di un OPEC del gas al segretario del Consiglio di Sicurezza russo, Igor Ivanov. La verità è che l’idea di creare un OPEC del gas è sempre stata un’iniziativa della “nazione Gazprom”. Dunque non è stato l’Iran, ma lo stesso Vladimir Putin, col sostegno delle repubbliche centroasiatiche, a proporre per primo questa idea, ancora nel lontano 2002. Ovviamente tutte le più importanti società occidentali erano contrarie.

Di recente, Putin è stato molto più cauto: durante la sua conferenza stampa annuale al Cremlino, il primo febbraio, ha dichiarato ufficialmente di non volere un OPEC del gas che controlli la produzione ed influenzi i prezzi del gas, ma di essere più interessato a «cooperare» per aiutare a garantirne gli approvvigionamenti.

Tutto ciò successivamente alle dichiarazioni del vicepresidente di Gazprom, Aleksandr Medvedev, nel maggio 2006. Medvedev, allora, aveva dato la notizia bomba che, se la Russia non avesse concluso un affare soddisfacente con l’Unione Europea in materia di risorse energetiche, Mosca avrebbe creato «un’alleanza di fornitori di gas più influente dell’OPEC». Ad agosto questa «alleanza di fornitori di gas» era già attiva: Gazprom e la compagnia algerina Sonatrach avevano firmato un protocollo d’intesa per il coordinamento dei prezzi del gas. Diviene così praticamente inevitabile che le due compagnie commercino congiuntamente il proprio gas in Europa, e, senza alcun dubbio, ciò apre la strada alla costituzione di un OPEC del gas. Diversamente, i funzionari europei, che continuano a lamentarsi della «mancanza di trasparenza» delle strategie russe sul gas, speravano in una guerra dei prezzi tra Sonatrach e Gazprom, che avrebbe permesso agli europei di dettare le proprie condizioni. Mera illusione: non è questo ciò che accadrà.

Il quotidiano Nezavissimaya Gazeta sostiene che «più del 57% delle riserve di gas mondiali sono concentrate in tre nazioni: Russia, Iran e Qatar. Se questi stati creano un cartello, l’OPEC del gas sarà più semplice da gestire del cartello del petrolio e, probabilmente, avrà il monopolio del settore».

Se così fosse, ci si dovrebbe aspettare un’inflazione di bambole voodoo con le sembianze di Putin. Il motivo chiave per cui Putin e la Russia sono demonizzate a tal punto dalle lobby occidentali è semplice: si chiama commercializzazione diretta, che ancora una volta è un concetto occidentale. A Putin non importa nulla di Wall Street o della City di Londra, né interessano i dollari (preferisce vendere in euro); ciò che predilige è vendere il gas della “nazione Gazprom” contratto per contratto, compagnia per compagnia.

L’unione della Russia e dell’Iran in un OPEC del gas sarebbe di enorme utilità per entrambe: per l’Iran, il primo e principale sbocco delle proprie esportazione sarebbe l’Asia, mentre la Russia si concentrerebbe sull’Europa. Gli europei però farebbero qualunque cosa pur di diversificare le proprie fonti, e così, alla fine, l’Iran potrebbe risultare pure il vincitore.

Il quotidiano russo Vremia Novostiei argomenta che «un accordo per la costituzione di una OPEC del gas significherebbe il passaggio inequivocabile della Russia dallo stato di partner dell’Occidente a quello di avversario, e non solo dal punto di vista energetico». Ma non è così semplice: dipenderebbe tutto dalla soluzione pacifica del dossier nucleare iraniano – che è negli interessi dell’Unione Europea, così affamata di gas. I diplomatici di Bruxelles non hanno mai smesso di proclamare che la più grande paura dell’Unione Europea è proprio quella di diventare ostaggio della politica energetica russa: e il fornitore alternativo è indubbiamente l’Iran.

Una cosa è certa: Doha annuncia al mondo che il Forum dei Paesi Esportatori di Gas non è più soltanto una “semplice chiacchera”. Si inizia a fare sul serio. Il concetto di “OPEC del gas”, a livello di identità/branding, è qui per rimanere: non importa se il Canada, la Norvegia, i Paesi Bassi e l’Australia, che complessivamente vendono il 35% del gas disponibile sul mercato mondiale, non vi appartengono. L’idea è stata lanciata, e va oltre i meccanismi concreti necessari alla sua realizzazione.

La NATO, come ci si poteva aspettare, ha reagito in modo estremamente paranoico: lo scorso novembre, i paesi membri dell’Organizzazione sono stati “avvisati” che la Russia stava architettando un nuovo pericolo, politicamente letale, contro l’Europa, tramite il tentativo di costituire un cartello del gas naturale dall’Algeria fino all’Asia Centrale.

Benvenuti nella nuova curva di (gas) instabilità, ispirata al Pentagono. Chi avrebbe mai pensato che creare un nuovo brand avrebbe comportato un tale caos?

*Pepe Escobar è un giornalista brasiliano che si occupa di questioni del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. È stato in Afghanistan e ha intervistato il leader militare dell’Alleanza del Nord, Ahmad Shah Masoud, un paio di settimane prima che venisse assassinato. Due settimane prima dell’11 settembre 2001, era nelle aree tribali del Pakistan, ed è stato uno dei primi giornalisti a raggiungere Kabul dopo la ritirata dei talebani.
Pepe Escobar è tra gli autori dell’antologia “Tutto in vendita – Ogni cosa ha un prezzo. Anche noi”.

Fonte: Asia Times

Traduzione a cura di Alessandra Roana per Nuovi Mondi Media