200 MILIONI DI PERSONE FINIRANNO IN POVERTA’

22 Aprile 2009, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Quest’anno è verosimilmente il peggiore per l’economia globale dalla Seconda Guerra Mondiale: la Banca Mondiale prevede un calo complessivo del 2%. Ne avvertono l’impatto perfino i Paesi in via di sviluppo che hanno fatto ogni cosa nel modo giusto, con risultati macroeconomici e politiche normative migliori degli Stati Uniti. Con ogni probabilità, in conseguenza del drastico calo dell’export, la Cina pur continuando a crescere lo farà con un ritmo più lento dell’1112% degli anni più recenti.

A meno di fare qualcosa, altre 200 milioni di persone precipiteranno nella povertà. Questa crisi globale postula una risposta globale, ma purtroppo la responsabilità della reazione rimane a livello nazionale. Ogni Paese cerca di mettere a punto un proprio pacchetto di “stimoli” per ridurre al minimo l’impatto della crisi sui propri cittadini, non l’impatto globale.

Nel quantificare l’entità degli stimoli, i Paesi bilanceranno la spesa adeguandola ai loro budget e ai benefici che ne trarranno le loro economie in termini di crescita e di occupazione. Poiché alcuni di questi vantaggi si sommeranno ad altri, i pacchetti di stimolo saranno più scarni e più miseramente concepiti di quanto avrebbero potuto essere altrimenti, il che spiega per quale motivo sarebbe necessario un pacchetto di stimoli coordinato a livello globale.

È uno dei più importanti messaggi che la Commissione per la crisi economica globale formata da esperti delle Nazioni Unite che presiedo e che di recente ha sottoposto all’Onu un suo rapporto preliminare, si accinge a lanciare. Il rapporto approva molte delle iniziative del G20, ma esorta a varare provvedimenti più energici destinati ai Paesi in via di sviluppo.

Mentre si ammette che quasi tutti i Paesi dovranno varare provvedimenti di incentivo all’economia (siamo tutti keynesiani, ormai), molti Paesi in via di sviluppo non hanno le risorse per poter fare altrettanto, né le hanno le istituzioni internazionali deputate a prestare i capitali. Se abbiamo l’intenzione di evitare l’escalation di un’ulteriore crisi debitoria, buona parte dei finanziamenti deve assumere la forma di sovvenzioni. In passato all’assistenza ai Paesi in via di sviluppo si accompagnavano numerose condizioni, alcune delle quali imponevano politiche monetarie e fiscali restrittive e obbligavano altresì a una deregulation che è una delle cause profonde dell’attuale crisi.

In molte aree del mondo per ovvie ragioni rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale equivale ad attirarsi un certo biasimo. C’è insoddisfazione non soltanto da parte dei prestatori, ma anche dai potenziali fornitori di capitali. Le risorse delle liquidità si trovano oggi in Asia e in Medio Oriente, ma viene spontaneo chiedersi perché questi Paesi dovrebbero fornire capitali a organizzazioni nelle quali hanno poca voce in capitolo e che spesso hanno esercitato pressioni per politiche svantaggiose nei confronti dei loro valori e dei loro principi.

Molte delle riforme amministrative proposte da Fmi e Banca Mondiale, che plausibilmente avranno un impatto sulle modalità con le quali sono scelti i loro capi, sembrano sul tavolo. Ma il processo riformistico è lento e la crisi non aspetta. È pertanto imperativo garantire assistenza tramite una molteplicità di canali, oltre a quelli che l’Fmi escogiterà, o che escogiteranno istituzioni regionali. Si potrebbero creare nuovi istituti di prestito, con strutture e gestione consone al XXI secolo. Se si riuscirà a fare questo in tempi rapidi (credo sia possibile), questi enti potrebbero diventare un canale per elargire finanziamenti.

Al summit di novembre 2008 del G20 i leader hanno condannato il protezionismo e si sono impegnati a non lasciargli via libera. Purtroppo, da uno studio della Banca Mondiale emerge che 17 dei 20 paesi hanno varato misure protezionistiche, e tra essi in primis gli Stati Uniti con la loro clausola del “comprate americano” nel pacchetto di stimoli. I sussidi possono rivelarsi distruttivi quanto le tariffe doganali e ancor meno equi, in quanto i paesi ricchi possono concederseli più facilmente. I massicci sussidi e i piani di salvataggio in extremis messi a punto dagli Stati Uniti hanno cambiato tutto, forse in modo irreversibile.

Sono avvantaggiate in maniera ingiusta perfino le aziende dei Paesi industrializzati che non hanno ricevuto sussidi: possono correre rischi che gli altri non possono correre, sapendo che se dovessero fallire, potrebbero essere salvate e resuscitate in extremis. È facile comprendere gli imperativi politici che hanno portato a mettere a punto sussidi e garanzie, ma i Paesi sviluppati devono riconoscerne le conseguenze a livello globale, e fornire assistenza e risarcimento ai Paesi in via di sviluppo.

Una delle iniziative a medio termine più impellenti che la Commissione delle Nazioni Unite ha caldeggiato è la creazione di un Consiglio di coordinamento economico globale, incaricato non soltanto di armonizzare le politiche economiche, ma anche di vagliare i problemi incombenti e i gap istituzionali. Con l’acuirsi della crisi, molti Paesi potrebbero, per esempio, dover affrontare la bancarotta, ma noi non disponiamo ancora di un contesto adeguato per occuparci di simili problemi. Oltretutto sta per cedere il sistema delle riserve valutarie in dollari, ossatura del sistema finanziario globale.

La Cina ha espresso le sue preoccupazioni in proposito e il capo della sua Banca Centrale si è unito alla Commissione delle Nazioni Unite nell’esortare a studiare un nuovo sistema globale di riserve monetarie. La Commissione sostiene che affrontare questa vecchia questione – sollevata già 75 anni fa da Keynes – è di importanza cruciale se vogliamo preparare il terreno a una ripresa solida e stabile. Simili riforme non si fanno nell’arco di poche ore, ma a meno di impegnarsi e dedicarcisi subito non si realizzeranno mai.

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