Usa, rischio default se non sale il tetto al debito. Conviene proteggersi?

28 luglio 2017, di Pieremilio Gadda

Il tetto al debito americano inizia a scricchiolare pericolosamente. Gli Stati Uniti, infatti, si avviano a raggiungere il limite massimo dei 20mila miliardi di dollari fissato dal Congresso con l’obiettivo di tenere i conti pubblici sotto controllo. Secondo le stime dell’ufficio di bilancio del Senato Usa, il governo sarà in grado di finanziare la spesa fino all’inizio di ottobre, o nella migliore delle ipotesi, alla metà del mese.

“Se il Congresso non dovesse innalzare il limite, il Tesoro statunitense dovrebbe dichiararsi inadempiente sulle obbligazioni in essere o tagliare immediatamente i fondi erogati ai programmi e ai dipendenti pubblici: una situazione in cui si parla di paralisi parziale del governo”, avverte Ben Lord, gestore obbligazionario di M&G Investments.

Gli Stati Uniti farebbero in buona sostanza default. Non a caso, il mercato inizia a mostrare qualche segnale di nervosismo: per la prima volta da molto tempo, infatti, il costo del denaro a tre mesi per il Tesoro usa ha superato quello a sei mesi, determinando un’inversione della curva dei tassi. Una situazione insolita, visto che, di norma, i rendimenti a breve termine sono sempre inferiori.

“Il mercato obbligazionario comincia di nuovo a temere una paralisi parziale temporanea”, osserva Lord, ricordando un episodio analogo verificatosi nell’estate del 2011. Nel maggio di quell’anno, gli Usa erano entrati in un periodo di sospensione dell’emissione di debito e avrebbero esaurito i fondi il 2 agosto. Se non si fosse trovato un accordo in extremis alla vigilia, il Tesoro statunitense si sarebbe trovato di fronte a un bivio: dichiararsi inadempiente o tagliare immediatamente i finanziamenti ai programmi e ai dipendenti pubblici, con il rischio di innescare un grave effetto a catena sulla domanda aggregata.

L’innalzamento del tetto al debito fu approvato in extremis il primo agosto 2011 e si riuscì a scongiurare il default. L’incidente sarà evitato anche in questa occasione, al photo finish? Considerando le evidenti difficoltà riscontrate dall’attuale amministrazione americana in questa fase – si veda il tentativo, fallito a più riprese, di revisionare e poi abrogare la riforma sanitaria voluta da Obama nel 2010 – non si può escludere un esito differente.

Quale strategia conviene adottare se si teme che il tetto al debito non venga innalzato? “Vendere i Treasury potrebbe sembrare la soluzione ovvia, ma vale la pena ricordare che nel periodo di sospensione, fra aprile e agosto del 2011, in realtà i rendimenti dei Treasury registrarono un rally”, osserva Lord. In quell’occasione, “ci fu un momento, tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, in cui i timori di default si intensificarono, spingendo i rendimenti all’insù di 40 punti base”. Questa tendenza, però si invertì subito, quando la paura di un default statunitense innescò una scossa di avversione al rischio sui mercati, determinando un calo dei rendimenti sui Treasury.

“In ogni modo, oggi una paralisi parziale potrebbe rivelarsi persino positiva per l’economia americana: se si chiudono alcuni programmi e i dipendenti pubblici non vengono pagati, la disoccupazione aumenterà, i salari crolleranno e la domanda aggregata diminuirà, tutti sviluppi destinati a spegnere i timori di surriscaldamento dell’economia statunitense e cancellare le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi. La questione pertanto ha implicazioni molto rilevanti. Tuttavia, la direzione degli interessi sui Treasury e dei rendimenti obbligazionari in rapporto a questi è altamente incerta e potenzialmente contraria alle attese. Meglio stare attenti”.

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