Usa: il rischio maggiore e’ il petrolio

16 febbraio 2011, di Daniele Chicca

New York – Gli Stati Uniti sono il paese dove investire nel 2011, ma bisognera’ fare attenzione al rincaro dei prezzi del petrolio. Sul breve termine rappresenta la maggiore minaccia per la ripresa della maggiore economia mondiale. Non e’ una buona notizia, quella che offre Nicholas Colas, chief market strategist del broker americano BNY ConvergEx, perche’ le tensioni in Medioriente rischiano di surriscaldarsi ulteriormente e spedire i prezzi del greggio al rialzo. Si spera non dove si trovavano nel 2008, all’apice della recessione piu’ grave degli ultimi 70 anni.

Se cio’ dovesse accadere – a questo proposito fondamentale sara’ monitorare le mosse di Israele – allora le speculazioni nei mercati emergenti rischiano di far schizzare il valore del greggio e l’impatto si sentira’ nelle tasche degli americani, compromettendo la ripresa.

Notizia fresca di oggi, mercoledi’, e’ che l’Agenzia Internazionale dell’Energia non ha esortato l’Opec a pompare altro petrolio per alimentare l’economia mondiale che ora consuma la cifra record di 87 milioni di barili al giorno. Lo si e’ appreso grazie alle rivelazioni di WikiLeaks (qui si possono leggere tutti i dettagli dei documenti diplomatici).

Quanto ai paesi in via di sviluppo, “non si puo’ piu’ parlare di scommessa vincente”, anche perche’ stanno per essere travolti da un’inflazione preoccupante, che e’ anche la minaccia numero uno per l’economia mondiale. “Non e’ che la festa sia finita per sempre, ma sicuramente non abbiamo piu’ quei guadagni a cui eravamo abituati anni fa”, ha osservato Colas in un’intervista concessa a Wall Street Italia nel suo ufficio al Paramount Plaza di Manhattan, New York.

Il principale motivo che sta strozzando la crescita si chiama inflazione. “Bisognera’ fare estrema attenzione perche’ un rincaro dei prezzi dei beni principali in quei paesi avra’ un impatto anche sulle economie industrializzate”. L’unico modo per mettersi al riparo? Colas non ha dubbi “comprare oro e sopratutto argento, il cui valore ha visto un incremento di 7 volte negli ultimi due anni”. Rialzi che sono destinati a continuare.

Per lo stock analyst e’ difficile dire quale sara’ il prossimo capo di governo a saltare nella regione araba – al momento Bahrein, Yemen, Giordania, Algeria e Arabia Saudita sembrano le principali candidate a fare la fine di Tunisia ed Egitto, ma Algeri e Riad hanno i mezzi (risorse energetiche e possibiltta’ di offrire sussidi alimentari) per contenere il malcontento della popolazione e scongiurare eventuali rivolte. “Bisognera’ tuttavia vedere come reagira’ Israele all’instabilita’ andatasi improvvisamente a creare in Egitto”, dopo 30 anni di dominio del rais Hosni Mubarak. Tel Aviv ha infatti stretto un accordo di pace con Il Cairo, che insieme alla Giordania e’ il suo principale alleato nella regione. “Sara’ fondamentale seguire gli sviluppi in Siria e in Iran”, che sono state al centro delle critiche israeliane dopo che si e’ saputo che due navi militari iraniane si sono dirette verso la Siria, passando attraverso il Canale di Suez.

Una nuova “provocazione” – come l’ha definita il ministro degli Esteri israeliano – che Tel Aviv non e’ disposta ad accettare. La paura di un intervento militare israeliano e di un potenziale conflitto ha spinto in rialzo i prezzi del petrolio mercoledi’, con i contratti sul Brent londinese che sono saliti fino a quota 104 dollari il barile e quelli sul WTI newyorchese che hanno superato gli 85 dollari.

E proprio i prezzi dell’oro nero rappresentano la principale minaccia per l’economia americana: “Il maggiore rischio e’ rappresentato dal greggio. Basta tornare indietro con la mente alla crisi finanziaria, quando i prezzi del petrolio erano su livelli ingestibili di quasi 150 dollari al barile, per rendersi conto di quanto un eventuale rincaro del greggio minacci la crescita economica americana”. Un eventuale aumento del valore del greggio si riverserebbe infatti sulle bollette delle famiglie e sui rifornimenti di benzina. E si sa quanto il popolo americano sia ancora dipendente dalle auto. Il suggerimento e’ quello di “stare attenti alle speculazioni in atto nei mercati energetici e agire per tempo”, ha aggiunto Colas.

E cosa succedera’ una volta che verranno a mancare le misure di allentamento monetario straordinarie, meglio note come Quantitative Easing 2? “Se stiamo vivendo una crescita ciclica, allora l’economia si riprendera’, ma dall’ultimo andamento di attivita’ manifatturiera (citata in particolare la crisi ancora non del tutto superata dal settore auto) e lavoro (di questo passo per recuperare i posti di lavoro perduti nel settore non agricolo bisognera’ attendere il 2018, NdR) sembra che si tratti piuttosto di un processo ‘secolare’. Sara’ dunque interessante vedere come agira’ la Fed”.

“Sicuramente e’ da escludere un rialzo dei tassi quest’anno, ma dalla prima parte del 2012 vedremo una stretta monetaria, probabilimente moderata, di 25 punti base”, pronostica lo strategist. La banca centrale Usa non ha quella politica aggressiva che caratterizza invece “i falchi della Bundesbank”. In Usa Ben Bernanke e soci hanno spiegato chiaramente che finche’ la ripresa economica non sara’ piu’ solida e duratura, ancora “per un periodo prolungato di tempo” non ci saranno nuove misure.

Da escludere pero’ al contempo un ampliamento della strategia di allentamento monetario straordinaria, nella fattispecie un’altra tornata di acquisto di Treasury a giugno, quando il Quantitative Easing 2 – l’insieme di misure di acquisto di titoli a lungo termine per $600 miliardi – volgera’ al termine. “Sara’ estremamente interessante vedere la reazione del mercato a quel punto, con tutta quella liquidita’ iniettata nel sistema”, e capire se l’economia sara’ in grado di reggere senza aiuti esterni.

Si parla tanto di nuove bolle che si stanno gonfiando di nascosto nel mondo, ma “l’unica da temere veramente al momento e’ quella dei prezzi delle materie prime nei paesi emergenti”. Basta guardare alla crescita esponenziale del cibo in Cina (+30%) e India (addirittura +40-50%) per capire che il rischio sistemico e’ enorme.

E’ da escludere invece un collasso dell’area euro, perche’ “l’intero sistema finanziario mondiale trae beneficio dalla stabilita’ della moneta unica. Nessuno vuole un crack dell’euro. Tutti parlano di crisi, ma se si analizza la situazione del dollaro, essa e’ altrettanto critica”, dice Colas, facendo riferimento in particolare al deficit di tanti stati americani, California in primis. Il Golden State equivale un po’ a quello che e’ la Spagna per l’Unione Europea. E comunque, anche se “non esiste piu’ una valuta che possa meritare ‘un atto di fede’ da parte degli invesitori, l’unico valore veramente alto risiede negli investimenti in dollaro ed euro”.

Colas ha espresso anche un parere sull’outlook italiano, precisando che solo se ci sara’ una crisi politica – il riferimento e’ al processo del 6 aprile che vede Berlusconi imputato per i reati di concussione e prostituzione minorile – l’economia ne risentira’ veramente. Tuttavia rimane il fatto che la crescita restera’ troppo fiacca rispetto alla media europea. “Se l’Europa crescera’ come sembra del 2-3% nei prossimi due anni, sicuramente l’Italia e gli altri paesi periferici registreranno un aumento inferiore intorno all’1,5%, massimo 2%”.

Infine un suggerimento per gli investitori pazienti che non amano il rischio. Per chi avesse intenzione di creare un portafoglio per i prossimi 30 anni, adesso come adesso “la parola d’ordine deve essere assolutamente la diversificazione”. “L’ideale sarebbe essere esposti per un terzo nell’immobiliare, un terzo nei metalli preziosi e un terzo nei mercati azionari”. Anche qui pero’ puntando sulla tecnica di ‘stock picking’ perche’ “non si puo’ piu’ fare affidamento su strategie settoriali, in quanto i comparti non si muovono piu’ all’unisono”.

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