UN PAESE
MESSO IN BANCA

24 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Dall’estate dei furbetti all’annata delle superbanche. Partito con lo shopping europeo in Italia (l’olandese Abn Amro su Antonveneta, la francese Bnp su Bnl), proseguito con lo shopping italiano in Germania (Unicredit-Hvb) e con la concentrazione tra Banca Intesa e San Paolo Imi, il 2006 è stato un anno di grandi manovre e di costituzione di nuovi poteri. Al termine del quale tentiamo un bilancio con un osservatore attento e critico di cose bancarie, l’economista Marcello Messori, coordinatore della sezione Scienze sociali alla Fondazione Di Vittorio. Cercando con lui di capire: di tutto questo «nuovo corso» delle banche, cosa ne viene a noi comuni mortali, risparmiatori o debitori? E cosa sta succedendo di nuovo nel rapporto tra le banche e la politica, visto che i banchieri sembrano diventati i nuovi eroi, corteggiati e contesi?

Se si vuole fare un bilancio del 2006 dell’economia, gli eventi che saltano agli occhi sono quasi tutti bancari. Cos’è successo, si è diffusa una febbre da fusioni e scalate?

Nel 2006 è ripartito un fenomeno che si era interrotto. Ricordiamo che per un decennio, dal ’90 al 2001, nel sistema bancario italiano c’era stata una serie di aggregazioni e fusioni: abbiamo avuto il processo di aggregazione più rapido di tutta l’Europa, dopo Belgio e Grecia. Era un processo che partiva da una condizione di estrema frammentazione, ed era fortemente guidato dal regolatore, la Banca d’Italia. Nel 2001 si mise uno stop, lasciando l’opera incompiuta. Nonostante tutte le concentrazioni fatte, l’indice del rapporto tra dimensione delle banche e dimensione delle imprese in Italia era ancora molto basso rispetto agli altri paesi europei e nessun nostro grande gruppo bancario era tra i primi 15 in Europa. Quasi tutte le maggiori banche avevano un partner europeo, ma tutti erano presenti con quote non dominanti.

E quando hanno cercato di dominare, come Bbva in Bnl e gli olandesi in Antonveneta, è scoppiato il finimondo, l’estate delle scalate e di un «concerto» truffaldino contro di esse, lo scandalo Fazio, eccetera.

Dopo queste note vicende, due sono gli avvenimenti che hanno segnato l’anno. Il primo è la conclusione dei processi del 2005: l’ingresso dei due gruppi bancari europei, il cambio del regolatore, la nuova legge sul risparmio. Il secondo è nell’acquisizione della banca tedesca Hvb da parte di Unicredit, attraverso la quale quest’ultima è riuscita ad assumere una posizione di rilievo in Europa. La direzione del cambiamento, sostenuto dal nuovo corso in Bankitalia, è inequivocabile: il mercato di riferimento è quello europeo. Così, San Paolo Imi e Banca Intesa si concentrano in un unico gruppo di dimensioni europee, partono altre aggregazioni rilevanti: la banca popolare di Novara e Verona acquisisce la Popolare Italiana, le Banche popolari unite si fondono con la Banca lombarda.

Due grandi banche restano in solitaria attesa, Capitalia e Montepaschi. Pensa che il 2007 sarà l’anno di Roma-Siena?

Una fusione tra Capitalia e Montepaschi non avrebbe molto senso economico, sarebbe un gruppo molto spostato sul centro-sud e non di dimensioni europee. Ci sarebbero più potenzialità se si aprissero i giochi tra queste banche e le popolari, ma qui si tocca un nodo delicato: la struttura proprietaria delle banche popolari, con meccanismi di difesa molto forti. La proprietà cooperativa, anche nelle banche, è un valore straordinario da difendere, ma a mio parere è in contraddizione con la quotazione in borsa.

Tornando al bilancio: sono tutte d’oro, queste fusioni che luccicano? E’ cambiato qualcosa per i clienti delle banche, imprese o famiglie?

Restano molti problemi aperti. L’unico gruppo bancario che si sta attrezzando a un’offerta competitiva sul piano europeo è Unicredit, che nel bene e nel male è una banca universale competitiva in Europa. Banca Intesa-San Paolo per ora fa attività prevalentemente retail, è fortissima nel mercato nazionale e ha presenze nell’est europeo ma non ha ancora una gamma completa di servizi offerti a livello europeo. Tutto questo è rilevante per capire i rapporti delle banche con le imprese, la loro capacità di fornire nuovi servizi a ogni livello, e di aiutare per tale via l’evoluzione della struttura proprietaria delle imprese.

Intende dire che sta alle banche chiudere l’era del capitalismo familiare?

Il problema non è solo che c’è un capitalismo familiare, ma che sono famiglie chiuse. Non deve essere una missione delle banche ma se le banche funzionano bene si può aiutare un’apertura, un’evoluzione. Ci si può chiedere però se sia davvero un compito esclusivo delle banche, e non di altri intermediari finanziari. Siamo in un sistema sostanzialmente bancocentrico: si pensi alla Fiat, a Telecom, alle voci sul salvataggio Alitalia. In tale contesto, il conflitto di interessi si manifesta continuamente. E cresce, con le imprese che adesso stanno cominciando ad entrare nel capitale delle banche di cui sono debitrici.

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Ce lo dice anche la cronaca: molte banche sono state prese con le mani nella marmellata, intente a piazzare presso i risparmiatori i bond delle aziende loro debitrici che sapevano essere già decotte. Con l’aumento del ruolo delle banche, chi ci tutela da altri Cirio, Parmalat eccetera?

I campanelli d’allarme sono molti e preoccupanti, perché il conflitto di interessi c’è, e può condizionare il rapporto con le imprese. Ma più che le imprese tale situazione è potenzialmente pericolosa per i consumatori, è lì che il conflitto di interessi morde davvero. Né ci sono, finora, segnali evidenti di vantaggi derivanti al risparmiatore dall’aumento della concorrenza tra le banche. Non penso che si debba o si possa tornare indietro, ma certo non possiamo ignorare questo conflitto pervasivo. Estirparlo alla radice è impossibile, si può disinnescarlo con una forte presenza regolatoria. Ad esempio, incentivare fortemente le banche a trattare tutti i prodotti e non solo quelli propri. E rimetere mano alle competenze di controllo sui mercati, ancora spezzettate tra Banca d’Italia, Consob, Isvap, Covip, ministero del Tesoro, Cicr….

Veniamo al punto dolente, banche e politica. Una volta ci si lagnava del fatto che le nomine bancarie le facevano i partiti, adesso sembra il contrario: le nomine politiche si fanno in banca. O almeno questo fa pensare l’attenzione e la cura con la quale i vertici dei partiti cercano la vicinanza con questo o quel grande banchiere. O sbaglio?

La politica è più debole, le banche più forti. Assistiamo a una perdita di rappresentatività dei partiti rispetto agli interessi di riferimento del proprio «popolo», a una sempre maggiore autoreferenzialità; allo stesso tempo, le banche sono diventate uno snodo essenziale dell’economia, per questo c’è un rapporto squilibrato tra politica e finanza. Tale situazione potrebbe spingere i gruppi bancari a prendersi funzioni non proprie.

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