Tre tipi di investimento che hanno perso smalto

18 settembre 2018, di Alberto Battaglia

L’analisi storica dei ritorni, secondo quanto scritto in due report dal fondatore di Verdad Capital, Dan Rasmussen, avrebbe rivelato tre asset class la cui ampia popolarità non sarebbe all’altezza dell’effettiva remunerazione. In un articolo del New York Times, che riassume le teorie di Rasmussen vengono indicati sin dal principio le tre categorie messe in dubbio: gli investimenti in private equity, il venture capital e il private real estate. A sostegno degli argomenti contro queste tre categorie Rasmussen ha messo insieme un notevole corpus di dati.
Secondo PitchBook Benchmark, che raccoglie i dati sugli investimenti di private equity, solo il 25% dei fondi ha sovraperformato il mercato e lo ha fatto in misura contenuta. Rasmussen, che in passato aveva lavorato per Bain Capital, ha formulato la seguente spiegazione. I fondi di private equity tipicamente prendono in prestito il 60% del prezzo d’acquisto delle società target e per tale ragione i deal più redditizi di Bain furono quelli dal prezzo d’acquisto più contenuto. Nel dettaglio il 25% più “economico” degli affari ha rappresentato il 60% dei profitti dei fondi, il 50% più 2caro” rappresentava solo il 7% dei profitti. “Quando le prime società di private equity acquistavano a prezzi scontati società relativamente piccole e le caricavano di debiti, la quantità di leva finanziaria della società era ancora circa quattro volte superiore all’Ebitda”, si spiega, “le società di private equity hanno continuato ad applicare questa strategia, ma hanno pagato sempre di più per le società, e di conseguenza l’ammontare del debito è salito a più di sei o sette volte l’Ebitda. Con un indebitamento di 10 volte l’Ebitda, ha scoperto Rasmussen, il flusso di cassa di un’azienda era quasi interamente destinato al servizio del debito”.

 

Nel caso del venture capital, le ragioni per la diffidenza sono più immediate: tali fondi sono equiparati a una “lotteria per ricchi”, che riesce a fruttare solo in pochi casi spettacolari che sovrastano la grande massa degli investimenti compiuti. Nel corso degli ultimi 15, però, il bilancio complessivo è negativo. I fondi di venture capital hanno sottoperformato gli indici S&P 500, il Nasdaq e il Russell 2000.

Gli investimenti immobiliari, infine, debbono essere distinti fra due tipologie di intermediari: il real estate in possesso alle società di private equity e quello in mano ai real estate investment trust. In quest’ultimo caso le società si caratterizza per la possibilità di possedere beni immobili unita a quella di poter erogare finanziamenti nella forma tecnica del mutuo ipotecario. I trust immobiliari hanno dalla loro parte, scrive Rasmussen, commissioni di gran lunga più basse rispetto alle società di private equity: una fee inferiore all’1% a fronte del 2% a cui va unito un prelievo del 20% sui profitti.

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