Too Big To Fail e Too Big To Jail: il potere delle banche

19 giugno 2017, di Francesco Puppato

Il debito è il motore dell’economia. Ecco perché si tendono a salvare gli istituti bancari che falliscono.

Ma non solo lasciando fallire degli istituti bancari si ridurrebbero le possibilità di accesso al credito (in fondo, di banche ce ne sono tante), quello che più preoccupa le istituzioni sono i risvolti che tali default avrebbero.

Infatti, soprattutto le banche di maggiori dimensioni, sono caratterizzate dall’avere ciascuna degli asset delle altre; questo implicherebbe che il fallimento di un istituto metterebbe in difficoltà anche le “partecipate” creando una reazione a catena talemente grande da influenzare l’economia mondiale con profonde crisi sistemiche.

Il termine TBTF (too big to fail, ovvero troppo grandi per fallire) nasce il 13 ottobre del 2008, quando il Tesoro statunitense decise di prestare denaro alla banche ad una tasso di interesse annuo quasi simbolico per soccorrere un super network di banche che avrebbero dovuto portare i libri in tribunale.

Capito l’andazzo, i “bankster” (termine coniato ad hoc per la situazione che sta ad indicare il mix tra banker e gangster) hanno iniziato ad abusare sempre più del loro potere. Deregolamentazione e finanziarizzazione selvaggia hanno segnato sempre più le caratteristiche dell’attuale economia.

Il loro peso, considerato appunto troppo importante, li ha fatti sentire forti di potersi permettere qualsiasi azione.

Si sono sentiti talmente forti che, dopo l’acronimo TBTF, è stato coniato anche quello TBTJ (too big to jail, cioè troppo grandi per andare in prigione).

A confermare la creazione di questo frankestein finanziario arrivarono addirittura le parole di Eric Holder, procuratore generale degli Stati Uniti (che sostanzialmente equivale al nostro ministro della Giustizia) dell’amministrazione Obama; il 6 marzo 2013, nel corso di una testimonianza in un’audizione alla commissione Giustizia del Senato al Congresso di Washington, lo stesso Holder disse:

“le dimensioni delle più grandi istituzioni finanziarie hanno fatto sì che per il dipartimento di Giustizia fosse difficile proporre l’azione penale ed un processo per reati criminali. L’accusa – che potrebbe minacciare l’esistenza della banca stessa – nel caso degli istituti più grandi può anche mettere a repentaglio l’economia nazionale e quella globale, per via delle dimensioni e delle interconnessioni”.

Le grandi banche costituiscono dunque il vero nocciolo duro del potere politico ed economico su cui poggia il moderno capitalismo. Un potere intoccabile, in quanto la casta dei bankster non è mai sottoposta a processo, come purtroppo appunto confermato dallo stesso procuratore generale di Obama.

Come disse Barry Ritholtz (giornalista economico, gestore del blog “The Big Picture” ed autore del libro “Bailout Nation“): “il più grande successo dell’industria bancaria non è stato il bancomat o il trasferimento di fondi via cellulare. Il più grande successo è stato convincere il dipartimento del Tesoro e quello della Giustizia degli Stati Uniti che mettere in stato di accusa e processare i banchieri destabilizzerebbe l’economia globale”.

“Il politico è il cameriere del banchiere” (Ezra Pound).

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