Thailandia: Rimbalza la Borsa di Bangkok

21 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

I dati economici fondamentali in Thailandia “restano solidi” e “pensiamo che la crescita rimarrà resistente di fronte alle turbolenze sui mercati finanziari di questa settimana”. A sostenerlo in una nota è un portavoce del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), commentando la situazione economica in Thailandia all’indomani del crollo di circa il 15 per cento alla Borsa di Bangkok due giorni fa. Anche se martedì scorso i mercati finanziari in altri Stati asiatici si indeboliscono, sottolinea l’Fmi, “l’impatto nell’area dovrebbe restare limitata e osserviamo che numerosi Paesi hanno indicato che non avevano l’intenzione di introdurre delle misure di controllo dei capitali”. Le misure annunciate dalle autorità locali per far fronte all’apprezzamento del bath (la moneta locale, ndr), evidenzia l’Fmi, “sono state troppo forti e troppo ampie”. Pertanto le modifiche annunciate due giorni fa “sono benvenute”. Intanto ieri rimbalza la Borsa grazie al dietrofront del Governo di Bangkok, che esenta dalle misure di restrizione sui movimenti di capitale gli investimenti diretti (Fdi) e quelli azionari. Secondo la nuova normativa gli investitori dovranno mantere per almeno un anno il 30 per cento dei propri asset in valuta straniera sui conti delle banche locali. L’indice Set chiude le contrattazioni in rialzo dell’11,16 per cento a 691,55 punti, il maggior guadagno dal 2 febbraio 1998. Secondo gli analisti, nonostante il cambio di rotta, la credibilità del Governo militare di Surayud Chulanont, formatosi circa tre mesi fa a seguito di un golpe, sarebbe però oramai compromessa. “Quello che è accaduto instilla negli investitori il dubbio sulla capacità di queste persone di gestire il Paese”, spiega Jorry Noeddekaer di New Star Asset Management. Dopo la buona chiusura di ieri, il listino segna dall’inizio dell’anno una flessione del 3,1 per cento. Le misure restrittive sui capitali sono prese per arrestare il forte apprezzamento del bath, che dall’inizio del 2006 segna un rialzo del 16 per cento sui livelli massimi degli ultimi nove anni nei confronti del dollaro, minacciando le esportazioni e dunque la tenuta della crescita economica.

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