TENSIONE
CON GLI STATI UNITI

22 marzo 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Tra le tante incognite che l’affaire Mastrogiacomo
ha lasciato in eredità al governo italiano,c’è ormai una
certezza. Il lieto fine del sequestro dell’inviato di Repubblica,
più che una boccata di ossigeno sul fronte
della politica estera, si è già trasformato in un fattore
di crisi.O quantomeno di grande tensione.

All’interno
dell’esecutivo e – soprattutto – tra palazzo Chigi e il
fronte Washington-Londra.
Quasi non fa a tempo a tornare da Washington
alla sua scrivania della Farnesina che Massimo D’Alema
si ritrova tra capo e collo,e nella più irrituale delle
forme (cioè in forma anonima),
il vivo disappunto
della Casa Bianca sulla gestione
del caso Mastrogiacomo.

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Una non meglio precisata
«fonte del dipartimento
di Stato Usa» fa sapere alle
agenzie italiane che gli Stati
Uniti hanno espresso alla
Farnesina (non a D’Alema)
«delusione» sul modus operandi italiano, preoccupazione
per la liberazione dei «cinque pericolosi talebani
». La stessa fonte, poi, ha sottolineato che le regole
di ingaggio italiano sono «limitanti» e – da ultimo –
sconfessato l’idea di invitare i talebani alla conferenza
di pace.

Alle voci americane,si è poi aggiunta quella di
un portavoce del Foreign Office che ha sottolineato le
preoccupazioni del Regno Unito sulle «implicazioni
del rilascio di talebani in cambio di ostaggi» e riferito
che la linea britannica «è che questo manda il segnale
sbagliato a eventuali altri sequestratori».

Dalla Farnesina giurano che Massimo D’Alema
non si aspettava nessuna di queste notizie.Tanto che,
dopo un’ora e più di impasse totale e un confronto
con Prodi, dal ministero degli Esteri è arrivato il primo
segnale di risposta: «Il ministero degli Esteri ribadisce
il clima molto positivo registrato nel corso del
colloquio avuto il 19 marzo da D’Alema con Condoleezza
Rice a Washington.Nulla di quanto riferito nelle
dichiarazioni della fonte anonima è emerso infatti
nel corso di detto incontro.La Farnesina osserva inoltre
che la rappresentante degli Stati Uniti in Consiglio
di Sicurezza non aveva mancato di esprimere apprezzamento
per il ruolo svolto dall’Italia in Afghanistan».

Il caso Mastrogiacomo aveva già creato malumori
ad Arturo Parisi.Pare che,dopo l’uscita degli articoli
che su Corsera e Stampa davano conto del «dissenso
» parisiano, rispetto alla strategia messa in atto per
liberare Mastrogiacomo,al ministero della Difesa siano
arrivate telefonate di plauso da altri ministeri.E ieri
sera,a nutrire dubbi,oltre Parisi sembravano anche
il titolare dell’Interno Giuliano Amato e quello dell’Economia
Padoa-Schioppa.

Voci.Di certo c’è che – al di là di una possibile frattura
sull’asse Washington-Roma via Londra – l’anonimo
veleno messo in circolo dalla Casa Bianca complica,
e non poco,la partita che il governo giocherà martedì
al Senato sul rifinanziamento delle missioni italiane
all’Estero. Non c’è soltanto Berlusconi, che ha definito
l’Italia «inaffidabile con gli Usa». Il problema
più grande è nella maggioranza.

La sconfessione della
linea D’Alema ventilata via Parisi ha mandato su
tutte le furie la sinistra radicale.In una riunione al Senato,
il capogruppo del Prc Russo Spena non ha risparmiato
attacchi al titolare della Difesa.Il suo interlocutore,
Vannino Chiti, ha preferito glissare. La riunione
si era chiusa all’insegna della tranquillità.Poi l’anomima
voce del dipartimento di Stato Usa ha nuovamente
intaccato un equilibrio di per sé precario.E
trasformato un oggettivo successo in un altrettanto
oggettivo fattore di crisi.

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