TASSI IN EUROPA, COSI’ CI AMMAZZANO LA RIPRESA

3 novembre 1999, di Redazione Wall Street Italia

”I tassi di Euroland? Io non li avrei toccati”. Cosi’ dice Mario Baldassarri, economista e professore di Economia all’Università La Sapienza di Roma. E’ solo un’opinione pero’, perche’ Baldassarri era sicuro che il board della Banca centrale europea avrebbe dato una stretta alla politica monetaria, per la prima volta dal lancio dell’euro. I tassi, che erano al 2,50%, sono infatti saliti al 3%.

Domanda. Quanto è giustificato l’allarme per l’andamento dell’inflazione, che poi e’ alla base per il rialzo dei tassi?
Risposta. ”Chiarisco subito che la preoccupazione c’è, ed è doppia. Riguarda i prezzi e l’andamento della base monetaria, che negli ultimi mesi è stata lasciata crescere in modo consistente. Il costo della vita, è vero, aumenta, ma ritengo che si tratti di un fenomeno transitorio anche se non di breve termine”.

D. Senza il caro-petrolio si potrebbe dire di avere la situazione sotto controllo?
R. ”Sia pure con impatti differenziati a seconda dei singoli Paesi (e il nostro è tra quelli in condizioni peggiori a causa di una serie di arretratezze), la ripresa dell’inflazione è figlia del raddoppio del prezzo del greggio. Una quotazione di 10 dollari a barile rende affamati i Paesi produttori; un livello di 30 dollari e oltre ha effetti pesanti sui paesi industrializzati. All’interno di questa forchetta direi che con 22-23 dollari a barile si darebbe una grande boccata di ossigeno ai primi, e un impatto minimo sui secondi. Direi che molto dipende dalle intenzioni dei produttori”.

D. Non c’è il rischio che provino a forzare la mano?
R. ”Finora il cartello è stato compatto anche per la condivisione dei paesi non Opec, ed è probabile che a primavera avanzata le quotazioni tornino a scendere; per tutti noi significherebbe superare la gobba dell’inflazione. Certo, qualcuno potrebbe voler forzare la mano; penso per esempio al Venezuela, al Messico, alla stessa Arabia Saudita. Potrebbe prevalere la voglia di arrivare fino a maggio per poi agganciarsi all’inverno successivo. Però in quel caso i paesi industrializzati reagirebbero, giocando sul calo della domanda”.

D. Per questo lei avrebbe preferito che i banchieri della Bce non avessero agito?
R. ”Sì, secondo me la situazione andava monitorata, ma non richiedeva interventi”.

D. Anche alla luce dell’espansione della base monetaria?
R. ”Non è la sua crescita che di per sé provoca una ripresa solida; indubbiamente è bene averla, come condizione necessaria ma assolutamente non sufficiente. Il problema, in Euroland come in Italia, sta nelle strozzature strutturali, e non dico nulla di nuovo se cito la rigidità del mercato del lavoro, i nodi della finanza pubblica, il peso del fisco, la previdenza. Non a caso quei Paesi come l’Irlanda, la Spagna e in parte anche l’Olanda che si sono mossi in un’ottica, diciamo così, più americana, hanno avuto una crescita maggiore”.

D. E se la Federal Reserve dovesse rialzare i tassi Usa?
R. ”Anche in quel caso sarebbe meglio non muoversi; anzi, per l’Europa potrebbe essere una buona occasione. E circa l’euro troppo debole sul dollaro, in realta’ un po’ di svalutazione ci farebbe comodo: la forza di una moneta sta nella forza dell’economia che c’è dietro. Sarebbe più dannoso drogare l’euro perché si sono alzati i tassi”.

D. Eppure, per decidere sui tassi alla Bce c’e’ stata battaglia tra due scuole di pensiero, quella che si preoccupa solo della variabile prezzi e quella che privilegia l’aspetto crescita. Sta forse cambiando il ruolo della Banca centrale, ed è forse mutato un clima, che prima sembrava più rigoroso e adesso appare a volte più permissivo?
R. ”Il compito della Banca centrale resta il controllo della dinamica dei prezzi. Quanto al resto, l’allusione forse e’ al ruolo della Germania. Prima con Helmut Kohl alla Cancelleria e Hans Tietmeyer alla Bundesbank eravamo di fronte a due grosse forze indipendenti e spesso contrapposte. Non dimentichiamo che il predecessore di Tietmeyer si arrese a Kohl e al cambio uno a uno tra marco e euro, ma se ne andò il giorno dopo. Oggi abbiamo invece due debolezze dipendenti. Però possiamo dire che lo spirito del grande marco e della Banca centrale tedesca si è trasferito nell’euro e nella Banca centrale europea”.

D. Per concludere, qual e’ la sua opinione sul rialzo dei tassi in Europa?
R. ”Forse la cosa peggiore sarebbe stato un compromesso, con un aumento dello 0,25%: un segnale ambiguo. Ma certo una stretta monetaria dello 0,50% potrebbe provocare danni, anzi diciamo pure che rischia di ammazzare la neonata ripresa economica. Una ripresa peraltro modesta che forse in due o tre anni avrebbe potuto portarci a un aumento del pil, prodotto interno lordo, pari al 3%.”.

D. E dunque?
R. ”Secondo me dobbiamo stare attenti, in Italia, ci sono così tante variabili a rischio, a partire da quelle politico-istituzionali. Il brutto è che siamo già quasi in fase pre-elettorale e ci avviciniamo al 2000 con una velocità eccessiva sul fronte dei prezzi. Non si può ignorare che con il sistema del cambio fisso, ogni punto percentuale in più si traduce in 100 mila posti di lavoro in meno”.

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