Starbucks a Milano: da “umiliazione per l’Italia” a “non minaccia l’espresso”

2 marzo 2017, di Mariangela Tessa

Lo sbarco di Starbucks in Italia, previsto nel 2018, continua a suscitare polemiche. Ieri Aldo Cazzullo, dalle colonne del Corriere, ha definito l’arrivo della catena americana “un’umiliazione”. Per il giornalista di Via Solferino, Starbucks “il più clamoroso esempio di Italian Sounding: di prodotti che suonano italiani, ma non lo sono”. “Il menu è scritto in italiano, dall’espresso al cappuccino” ma “non è caffè italiano, non è lavoro italiano”. Commento ritenuto un po’ troppo forte non solo dagli utenti sui social ma anche da altri opinionisti.

Come è il caso di Domenico Naso, giornalista del Fatto Quotidiano che oggi scrive:

Innanzitutto l’Italia non è un Paese produttore di caffè, ma ha semplicemente istituzionalizzato e reso universale una maniera di gustarlo. L’espresso è italiano, come concetto anche culturale, oltre che come modica quantità con gusto forte. Starbucks non è famosa in tutto il mondo per l’espresso, per la tazzina all’italiana, ma deve la sua fortuna a prodotti più elaborati, dal Frappuccino al Caramel Macchiato, passando per i dolcetti e le bevande fredde al gusto di caffè.

Continua:

Usa l’italiano perché è la lingua del caffè, ma non millanta produzioni italiane né sfrutta alcunché del nostro patrimonio alimentare e gastronomico. Non ha nulla a che vedere con l’orrido “parmesan cheese” made in Usa o made in China, così come non ha nulla a che vedere con i vinacci ultrachimici spacciati per italiani in improbabili angoli del globo. Starbucks non è una minaccia alla “cultura dell’espresso”, figuriamoci se è una umiliazione.

E infine:

Abbiamo così tanti motivi per sentirci umiliati come italiani, che stracciarsi le vesti per un Caramel Latte bevuto di corsa dall’iconico bicchiere di cartone è francamente ridicolo. L’indignazione è un’arma indispensabile ma assai pericolosa. Ultimamente la si usa sin troppo e quasi sempre a sproposito, ma almeno evitiamo di renderci ridicoli conducendo “battaglie della tazzina” da Ventennio, fuori dal tempo e dalla storia, un anacronistico tentativo di difendere le patrie virtù da minacce inesistenti.

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