“Rischi geopolitici ai massimi dalla Guerra Fredda”

16 aprile 2018, di Daniele Chicca

Gli analisti di Barclays hanno avvertito che i rischi geopolitici sono tornati su livelli da Guerra Fredda. Anche se Donald Trump ha dichiarato missione compiuta in Siria, le operazioni degli Usa nella regione non sono ancora terminate, stando a quanto dichiarato dall’ambasciatrice americana nel paese.

Anche se il presidente americano ha difeso l’utilizzo della frase “missione compiuta” per descrivere il lancio di 59 missili Tomahawak in Siria contro il programma di sviluppo di armi chimiche del governo Assad, i suoi collaboratori e i diplomatici statunitensi sottolineano che il coinvolgimento dei soldati americani continua.

Gli Usa stanno per imporre nuove sanzioni contro la Russia come ritorsione per gli aiuti concessi da Vladimir Putin e i suoi a uno degli ultimi alleati rimasti in Medioriente al Cremlino. Nikki Haley, nel tentativo di intensificare le pressioni su Bashar al-Assad, ha dichiarato che nuove sanzioni verranno annunciate in giornata, con l’obiettivo di mandare un messaggio intimidatorio alla Russia.

Haley sostiene che Putin ha bloccato sei tentativi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di indagare sull’uso presunto di armi chimiche nell’attacco di Douma contro la popolazione, che ha consentito alle forze siriane di riprendere il controllo di un’area controllata dai ribelli di Jaish al-Islam. Putin da parte sua, dopo l’attacco missilistico di Usa, Regno Unito e Francia ha chiesto l’intervento delle Nazioni Uniti.

“La comunità internazionale non permetterà che le armi chimiche tornino a far parte della nostra vita quotidiana”, ha detto l’ambasciatrice. “Il fatto che la Siria lo stia rendendo un fatto normale e che la Russia stia cercando di proteggere Damasco: tutto questo deve finire”.

Usa, in Siria missione non è ancora terminata

Haley ha chiarito che le truppe americane non lasceranno il territorio della Siria, finché la missione Usa non sarà completata. Tre obiettivi di Washington sono: assicurarsi che le armi chimiche non vengono usate in modo da colpire gli interessi americani; sconfiggere i gruppi legati all’ISIS; e infine avere un’opinione chiara di quello che sta facendo l’Iran nella regione.

“Non ce ne andremo finché non avremo centrato questi tre obiettivi”, ha detto la diplomatica, aggiungendo che l’intervento militare congiunto dei giorni scorsi ha “inflitto un duro colpo al programma di armi chimiche, facendo indietreggiare di diversi anni” il governo Assad.

La Francia dal canto suo vorrebbe avviare un’iniziativa diplomatica coordinata al fianco delle potenze occidentali, per sedersi attorno a un tavolo insieme a Russia e Turchia. Il presidente Emmanuel Macron ha sottolineato che la Francia è in grado di discutere con l’Iran, la Russia e la Turchia da un lato e gli Stati Uniti dall’altro.

“Dieci giorni fa Trump voleva lasciare la Siria, lo abbiamo convinto a rimanere“, secondo il presidente francese. La portavoce della Casa Bianca Sarah Huckabee Sanders ha precisato che i piani di Trump per la regione non sono cambiati e che “il presidente ha fatto sapere che vorrebbe che le forze dell’esercito Usa tornino a casa il prima possibile”.

La Russia è presente in Siria con forze militari e sistemi di difesa anti missilistici, la cui missione è quella di garantire al governo Assad un sostegno logistico e militare contro i ribelli. L’Iran e la Russia hanno definito l’uso della forza da parte di Stati Uniti, Regno Unito e Francia “un crimine militare” e un “atto di aggressione”. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha respinto una risoluzione russa che chiedeva di condannare l’aggressione dei tre alleati occidentali.

Siria, c’entra il controllo per le risorse energetiche

Assad ha negato l’uso di armi chimiche il 7 aprile a Douma, ultimo avamposto in mano ai ribelli dell’area del Goutha orientale, nella periferia di Damasco, in quello che non sarebbe il primo attacco chimico compiuto dalle autorità siriane contro i ribelli. Dalle inchieste di New York Times, Guardian e altri media investigativi è emerso l’uso di armi al cloro e probabilmente altre sostanze in due attacchi chimici separati.

Gli Usa hanno il sospetto che sia stato utilizzato anche il gas al sarin, ma Assad nega di aver fatto uso di armi chimiche e l’amministrazione Trump deve ancora presentare prove del fatto che ha fatto scatenare la reazione violenta degli alleati occidentali.

In Siria, area geograficamente e culturalmente complessa e strategica, è in gioco anche la partita per il controllo del gas. Nel 2009 Qatar e Iran si sono contese un progetto per la creazione di una pipeline che attraversasse il territorio siriano. Il piano dei primi era quello di costruire un gasdotto che collegasse il Golfo, Arabia Saudita, Giordania, Siria e Turchia. Ma Assad, forse convinto dalla Russia, rifiutò che la pipeline passasse dalla Siria.

Tra il 2011 e il 2012 Siria, Iraq e Iran, con la benedizione della Russia, hanno trovato un accordo per costruire entro il 2016 un gasdotto lungo 5 mila chilometri che collega South Pars (Iran), il più grande giacimento di gas naturale al mondo, al Mediterraneo grazie alla Siria. Da allora la guerra per procura si è intensificata. I lavori dovevano essere completati nel 2016 ma la guerra civile siriano e la rivoluzione della “primavera araba” hanno ritardato i tempi.

Il deterioramento del conflitto ha cambiato i piani in Siria di Usa, Francia e altre potenze mediorientali. Molti dei paesi che sono pro governo o pro ribelli in Siria hanno legami commerciali con il gasdotto citato.

Un rapporto pubblicato nel dicembre del 2014 dal Strategic Studies Institute (SSI) dell’esercito statunitense mostra chiaramente come le potenze americane, britanniche e del Golfo vedano da tempo l’area siriana come una delle opportunità per rendere l’Occidente sempre meno dipendente dal gas russo e per favorire l’indipendenza energetica di Israele. L’80% del gas prodotto da Gazprom, colosso russo petrolifero a controllo statale, viene venduto in Europa, ma le autorità europee sono sempre meno propense a dipendere così tanto dall’approvvigionamento russo.

Nel rapporto si dice anche chiaro e tondo che potrebbe rendersi necessario un intervento militare al fine di poter avere accesso ai bacini offshore della Siria. Un altro rapporto, redatto da Mohammed El-Katiri, consigliere del ministero della difesa degli Emirati Arabi Uniti ed ex capo ricercatore dell’Advanced Research and Assessment Group (ARAG) del ministero della difesa britannico, dice chiaramente che una Siria post-conflitto aprirebbe nuove prospettive nel campo dell’esplorazione energetica:

“Una volta risolto il conflitto siriano, le prospettive per la produzione offshore siriana sono molto alte”, scrive El-Katiri. Le risorse di gas e di petrolio offshore del paese possono essere sviluppate «in maniera relativamente facile una volta stabilizzata la situazione politica”.

In Siria è in corso una battaglia per assicurarsi i 1,7 miliardi di barili di petrolio e 122 mila miliardi di piedi cubi di gas naturale della regione.

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