Scudo anti-spread: tanto rumore per nulla. A Roma conviene davvero?

30 agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Roma – Forse è solo l’ultimo dei paradossi del labirinto nel quale è andata a cacciarsi l’élite politica europea. A giugno l’Italia e la Spagna avevano lottato a Bruxelles perché il fondo salvataggi potesse acquistare titoli di Stato. Ora non hanno fretta di usarlo.

A luglio poi la Germania ha fatto capire che avrebbe accettato gli interventi della Banca centrale europea solo se Madrid e Roma avessero sottoscritto una lettera d’impegni. Ma anche stavolta le parti si sono invertite. I più recenti segnali di fumo che il governo di Berlino sta dirigendo verso Madrid indicano agli spagnoli che neanche la Germania ha fretta. Non vuole che il governo di Mariano Rajoy chieda aiuto subito.

Il Bundestag ha appena votato il pacchetto per le banche iberiche e adesso la cancelliera Angela Merkel non intende rimettere sotto pressione l’intera struttura politica interna troppo presto: troppe lacerazioni nella sua stessa maggioranza di centrodestra, troppe tensioni istituzionali con la Bundesbank, sul fondo dello smarrimento nell’opinione pubblica.

Per parte propria, prima di muovere un solo passo Rajoy invece vuole capire esattamente quale tipo di interventi sul mercato la Bce sia disposta ad affrontare. Senza vedere più da vicino il premio, il governo di Madrid non si sottoporrà all’impegno di un memorandum che prescrive all’intero Paese un preciso calendario di riforme.

È proprio per rimuovere questo ostacolo che il 6 settembre Mario Draghi preciserà meglio in che modo la sua banca potrà acquistare titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Quel giorno il presidente della Bce sarà ascoltato con grande attenzione in Italia, non solo in Spagna. Anche a Roma l’opzione di un ricorso al sostegno dell’Eurotower e dell’Esm, lo European stability mechanism, è tutt’altro che tramontata. Non si tratta di attivare questo o quello scudo, non subito.

È del tutto improbabile che il governo italiano azioni un ingranaggio del genere prima della Spagna. Ma a pesare sulle valutazioni del governo può contribuire senz’altro il fatto che quel passo ormai non si presenta affatto come una messa sotto tutela di sapore coloniale. Il «Memorandum d’intesa» da firmare (e poi rispettare) per ottenere il sostegno di Bruxelles non è il manuale per l’uso di un commissariamento.

Sarebbe piuttosto un documento, che gli addetti ai lavori definiscono «leggero», in continuità con ciò che l’Italia e la Spagna si sono già impegnate a fare. Mario Draghi e Mario Monti sostengono da tempo che un’unione monetaria implica una messa in comune delle decisioni, soprattutto nei momenti delicati. Questi, negli ultimi tempi, non sono mai mancati. E il premier lo sa.

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