Salari, Italia ultima in Europa: come cambiare passo

23 novembre 2017, di Mariangela Tessa

Perché in Italia abbiamo i salari più bassi di tutti? È la domanda a cui prova a dare una risposta Luigi Marattin, Consigliere Economico del Presidente del Consiglio dei Ministri e Presidente della Commissione Tecnica sui Fabbisogni Standard, che in articolo pubblicato sulla La Voce.info, spiega che

“a tenere bassa la crescita dei salari reali italiani negli ultimi vent’anni non è stata né la partecipazione all’Unione monetaria, né l’incidenza fiscale e contributiva. Probabilmente la spiegazione è che anche la produttività del lavoro è aumentata poco”.

A sostegno delle sua tesi, Marattin mette a confronto il salario reale medio (fonte Ocse) delle cinque maggiori economie europee (Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna) più gli Stati Uniti negli ultimi vent’anni (vedi grafico sotto). Confronto da cui spiccano subito alcuni elementi.

Prima di tutto:

Il tasso di crescita ventennale dei salari medi reali è molto differenziato. Guidano la classifica i due paesi anglosassoni, Regno Unito e Stati Uniti, con aumenti, rispettivamente, del 34,2 e 31,3 per cento. Intermedia la posizione dei due stati dell’Europa continentale, con un +25,5 per cento della Francia e un +15,1 per cento della Germania. Chiude la classifica la coppia sud-europea: Italia (+6,4 per cento) e Spagna (+4,7 per cento).

Cosa determina differenze così sostanziali sia nei livelli che nei tassi di crescita?

La teoria economica suggerisce – ricorda l’autore – che in primo luogo un ruolo cruciale della produttività del lavoro.

Vediamo il caso della Germania.

“In primo luogo, spicca il guadagno di competitività tedesco, costruito per buona parte durante lo scorso decennio. Su base ventennale, nonostante la produttività del lavoro sia cresciuta del 27,3 per cento, i salari reali medi sono aumentati solo del 15 per cento”.

C’è poi la dinamica spagnola

“con lo shock negativo verificatosi nel triennio 2007-2009 (in cui i salari reali crescono quattro volte più della produttività), poi “brutalmente” riassorbito con la diminuzione di oltre il 6,5 per cento del salario reale fino al 2014, che ha consentito un rapido recupero delle condizioni di competitività internazionale”.

Infine, troviamo l’esperienza del Regno Unito,

“dove i salari medi reali crescono del 34,2 per cento e la produttività del lavoro di circa il venti per cento in meno (+27,2 per cento). Ovviamente in questo caso – per giudicarne l’effetto sulla competitività internazionale – va considerato il fattore cambio nominale”.

Infine l’Italia.

“Probabilmente, a spiegare perché dal 1996 a oggi i salari reali medi in Italia sono cresciuti solo del 6,3 per cento è, semplicemente, il fatto che la produttività del lavoro è cresciuta appena del 5,8 per cento” conclude Marattin.

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