Reati commessi dai colletti bianchi: stretta non basterà

25 ottobre 2017, di Alessandra Caparello

Bancarotta fraudolenta, crac societari, mutui subprime, fino allo scandalo Volkswagen sono tanti i casi di reati commessi dai colletti bianchi rimasti impuniti o comunque sanzionati in maniera del tutto inefficiente.

In Italia il nostro diritto penale fornisce ai giudici una serie di strumenti molto forti per combattere corruzione e reati finanziari ma spesso, come dice il professore bocconiano Alberto Alessandri, si rivelano inefficienti e contraddittori.

Sono troppi i procedimenti penali che iniziano e poi non si sa come vanno a finire. Il caso Mastella, che all’epoca nel 2008 fece cadere il governo Prodi, si è risolto dopo quasi dieci anni con una piena assoluzione. Si dovrebbe riflettere di più su questo e altri episodi, come ad esempio la lunga detenzione cautelare di Silvio Scaglia, l’ex ad di Fastweb, poi totalmente scagionato.

E’ notizia delle ultime ore il varo da parte del Ministero dell’economia e delle finanze di un decreto in attuazione dell’articolo 26 del Testo unico bancario (Tub) che introduce un obbligo per chi voglia far parte degli organi societari di un istituto di credito di avere i requisiti di  professionalità, competenza e correttezza. Ma la novità principale è che anche le sanzioni delle autorità indipendenti, oltre ovviamente alle sentenze passate in giudicato, costituiranno un ostacolo all’assegnazione degli incarichi.

Se dovesse esistere una relazione d’affari tra soggetti e istituti di credito, ciò dovrebbe evitare per il futuro i numerosi casi di debitori diventati amministratori, di grandi affidati in conflitto d’interessi, scrive il Corriere della Sera. Si prospetta anche un limite al cumulo degli incarichi — che già esiste per le società quotate – oltre all’obbligo per l’intero consiglio d’amministrazione di esaminare i requisiti dei candidati e motivare le scelte. Il problema però è un altro, e riguarda la mancanza di moralità pubblica come dice Alessandri.

“Se non vi è un maggior senso di responsabilità della classe dirigente, accrescere le sanzioni non serve. I codici etici sono stati un fallimento. Sull’etica degli affari tante parole, in realtà ci si preoccupa dopo, non prima. Il costo della violazione delle norme, in termini di perdita di reputazione, è in Italia pressoché inesistente. La tendenza a giustificare chi infrange regole di convivenza, non solo leggi scritte, è discretamente diffusa. (…) Furbi e corrotti non sono espulsi dalla business community (e sarebbe questa la vera pena accessoria) come avviene in altri sistemi. Perché la relazione amicale fa premio sulla bontà della cittadinanza. «Ti giudico io, non il magistrato».

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