QUESTIONE MORALE

28 dicembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L’ arresto di Gianpiero Fiorani, ex manager della Bpi, e più in generale le vicende giudiziarie di Bancopoli pongono una serie di interrogativi. La questione di fondo è e resta quella di 13 anni fa, all’epoca di Tangentopoli: la commistione tra affari e politica che ieri coinvolgeva soprattutto imprenditori del mattone e oggi, invece, coinvolge rappresentanti dell’alta Finanza, manager emergenti, rappresentanti delle istituzioni, politici.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link style=”color:blue”>INSIDER

Anche le ragioni dello “scambio” sono sempre le stesse: la finanza garantisce risorse e visibilità al sistema politico e quest’ultimo garantisce provvedimenti di favore o quanto meno una diffusa omissione di controlli nei confronti di coloro che fanno affari. Entrambi, poi, rispondono ad una sola logica finale: il controllo dell’economia, del territorio ed in ultima analisi dei centri decisionali del potere costituito. Nulla di nuovo sotto il sole, dunque. Anche Licio Gelli con la sua P2 profetizzava gli stessi scenari. E d’altronde, diciamola tutta: l’attuale assetto di potere nel nostro Paese non è altro che un’edizione riveduta ed aggiornata dell’idea “gelliana”: asservire le istituzioni ad un “potere forte”, reale ed occulto che può, a proprio piacimento, fare e disfare leggi, piegare organismi e istituzioni al proprio volere, determinare in ultima analisi chi deve occupare questa o quella poltrona e cosa deve fare per garantire al proprio dominus il controllo della situazione.

Non è quasi più una questione solo di soldi. Entra in gioco una visione maniacale, quasi napoleonica della voglia di comandare, decidere, incidere sull’universo mondo. È questa la vera questione morale, una perversa spirale fatta di controllori che non controllano, politici che vendono leggi e interrogazioni parlamentari, finanzieri e furbacchioni che si fregano i soldi dei risparmiatori. Persino il vasto mondo della cooperazione e del volontariato è stato da ultimo asservito e usato per permettere ad una ristretta cerchia di capibastone di farsi gli affari propri, lucrando sul proprio ruolo e sulla credibilità della propria funzione. Se questa è la fotografia reale del nostro paese, allora si può comprendere come sia riduttivo voler liquidare la vicenda Bancopoli come una banale storia di periferia messa in piedi solo da “furbetti del quartierino”. I vari Fiorani, Gnutti, Ricucci e compagnia bella non sono le mele marce di un sistema sano piuttosto gli anelli deboli di una catena forte, fatta di legami indiscussi ed indissolubili, di omertà e complicità.

FURBETTI? POTERI FORTI

Persino gli organi di informazione trattano con malcelato riguardo coloro che sono all’apice della catena, come per esempio è avvenuto per la vicenda Cirio. In esito alle relative indagini giudiziarie sono stati rinviati a giudizio potentissimi banchieri ma di essi nessuno parla, mentre tutti i giorni vengono buttati in pasto nella mangiatoia mediatica pure le telefonatine di Ricucci alla mogliettina appena sposata.

Questo sistema dei poteri forti ha addirittura migliorato nel tempo la propria azione tentacolare e invadente. La “moderna P2″ non si fa più prendere con le mani nel sacco, usa metodi che non sono nemmeno più illeciti: provvedimenti ad hoc, incarichi mirati, consulenze di favore, compravendite pilotate di azioni, scalate finanziarie, azioni scambiate, arbitrati simulati e così via. La politica e i politici ci sono dentro fino al collo in questo girone infernale: alcuni in qualità di protagonisti, di referenti del “salotto del potere”, altri (i più!) come “cani da riporto” che in cambio del loro piccolo favore quotidiano, della loro manina alzata a comando, mantengono il diritto ad essere riconfermati, ad essere nominati, ad andare su qualche prima pagina blasonata. E quando si parla di politici non è più possibile, purtroppo, nemmeno fare tanta distinzione fra destra e sinistra, fra governo ed opposizione. Tutti uniti, all’insegna del motto mai smentito “il potere corrompe chi ce l’ha”!

INTERESSI BIPARTISAN

Certo, sul coinvolgimento e l’evidente conflitto di interessi del presidente della Banca d’Italia, il governo ha chiuso un occhio, anzi tutti e due e bisognerebbe capire il perché, chi e cosa l’ha frenato: ricatti? Intrecci? Accordi? Certo, anche la Lega ha mostrato le sue pecche. Quando si doveva mettere mano alla legge sul risparmio, ha cambiato parere, in cambio di piccoli favori e prebende alla CrediEuronord.

Certo, molti politici – di ogni estrazione – a pentola scoperta, hanno pronunciato inutili giaculatorie sull’uso più o meno lecito delle intercettazioni telefoniche quando invece dovevano prendere le distanze dai fatti e dai personaggi che venivano messi a nudo dalle predette telefonate intercettate. Ma la questione che più addolora è che anche a sinistra la “questione morale” sta scoppiando con tutto il suo armamentario di connivenze, collateralismi, accordi trasversali, sotterfugi e furbizie. Per rendersene conto basterebbe andare a visionare le tante, troppe attività poco trasparenti che avvengono nelle Amministrazioni regionali e locali.

IL BUSINESS DELLE COOP

Sembra proprio che l’esperienza di Mani Pulite – invece di insegnare cosa non bisognava più fare – abbia solo “ingegnerizzato” i metodi per farla franca. La sinistra di 13 anni fa aveva almeno un metodo diverso per far funzionare la baracca. Non beneficiava di tangenti (salvo le dovute eccezioni) ma di quote di mercato. Si tratta di un metodo che spesse volte si è rilevato penalmente irrilevante. E si tratta soprattutto di uno strumento che, tutto sommato, produceva anche qualcosa di buono per l’economia ed il sociale: dava lavoro a molte persone che altrimenti sarebbero rimaste fuori da ogni possibilità di trovarlo. Oggi il sistema cooperativo non è più solo questo. È anche lo strumento per permettere ai propri manager di farci la cresta. Tutto in silenzio, si intende. Tutto avviene e deve avvenire nel mondo ovattato del detto e non detto, tra una chiacchiera e l’altra sui massimi sistemi con il segretario politico di turno e l’occhiolino d’intesa con il tesoriere del partito di riferimento. Così, tanto per “non far capire troppo” a chi potrebbe mettere i bastoni fra le ruote.

Copyright © Libero per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved

QUESTIONE MORALE

9 agosto 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Maurizio Viroli è professore di Teoria Politica all’Università di Princeton (New Jersey). Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Dopo le note vicende della Banca d’Italia è ritornata in auge la questione morale. Purtroppo la storia insegna che la questione morale – anche nella versione più modesta, ovvero l’esigenza che i politici e i potenti siano sottomessi alle leggi e alle regole – tante volte alzata con sincero fervore, è stata poi abbassata per paura di incorrere in cocenti sconfitte elettorali.

Hai mai provato ad abbonarti a INSIDER? Scopri i privilegi delle informazioni riservate, clicca sul
link style=”color:blue”>INSIDER

Chi volesse davvero risolvere, almeno in parte, la questione morale, si troverebbe infatti a dover affrontare non solo l’opposizione dei potenti che detestano le regole che valgono per tutti (perché superiori ai molti), ma anche di tanti cittadini né ricchi né potenti abituati al piccolo privilegio, al favore, al sotterfugio. Gli uni e gli altri formerebbero una pericolosa alleanza in nome della libertà contro i ‘giacobini’ e i ‘moralisti’ (i due termini nella storia politica italiana sono stati spesso usati come sinonimi).

Gli esempi di difensori della questione morale che hanno conosciuto amare sconfitte sono molti. Basti pensare a Ferruccio Parri, modello altissimo di vero politico morale, che non solo dovette lasciare il governo perché il “ventre molle” dell’Italia lo aveva soffocato, ma che divenne oggetto di scherno e di lazzi (i due tipici modi di esprimersi dei servi e dei corrotti).

La questione morale è il problema storico, secolare, dell’Italia, non una questione contingente causata dalla particolare malvagità di questo o quel politico o imprenditore o alto funzionario. Siamo il paese del machiavellismo (cosa ben diversa da Machiavelli, che era uomo di impeccabile rettitudine), e siamo il paese che ha avuto storicamente, eccezioni a parte, pessime élites politiche e imprenditoriali. Il problema della scarsa qualità morale delle élites italiane è sempre stato così evidente che lo hanno denunciato sia i conservatori che i radicali, e perfino i rivoluzionari. L’ “Italia civile”, quella delle persone che non considerano un’offesa obbedire a regole uguali per tutti, è sempre stata un’Italia di minoranza.

Sollevo questi problemi non per invitare a riporre per sempre la bandiera della questione morale, ma per esortare chi l’ha alzata a non ascoltare i consiglieri che faranno presente che con la questione morale si perdono le elezioni. Se la sinistra non pone la questione morale come primo punto del suo programma, perde prima ancora di cominciare la competizione. Se invece abbandona le furbizie da politici mediocri e si fa seriamente paladina della rinascita morale dell’Italia può vincere, e se perde, perde con dignità.

Copyright © La Stampa per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved

Hai dimenticato la password?