QUELL’ OSTINATO VIZIETTO
DI ANNUNCIARE SCIAGURE

7 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – L’ultimo numero del settimanale inglese The Economist (la cui autorevolezza non è mai messa in dubbio quando parla male di Berlusconi) dedica il suo editoriale di apertura alla caduta del dollaro. L’articolo è, come spesso accade, molto ben argomentato, ma il futuro dell’economia americana e del dollaro è visto a tinte molto fosche.

Il settimanale inglese da tempo immemorabile ha l’abitudine di prevedere catastrofi per l’economia, la Borsa, la moneta americana. Per esempio, per quanto riguarda il futuro di Wall Street, il 5 gennaio 1991 titolava “Echi degli anni 30″ (con riferimento alla Grande Depressione), il 17 aprile 1993 “Verso il crollo”, il 18 aprile 1998 “La bolla dell’economia americana”. In quest’ultimo articolo, l’autorevole settimanale prevedeva che «la bolla della Borsa americana sta per scoppiare ed è impossibile dire di quanto i prezzi delle azioni scenderanno». Nell’anno che seguì questa tetra profezia il corso delle azioni americane è aumentato del 29 per cento!

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La cosa ha lasciato imperterriti gli analisti del giornale: il 25 settembre 1999, la copertina del The Economist titolava “L’incubo della bolla per Alan Greenspan”. Evidentemente, l’idea è che, se si continua a ripeterla, prima o poi, la profezia verrà confermata! Essendo abbonato all’edizione cartacea (dal 1968!), ho diritto ad accedere gratuitamente all’edizione elettronica e l’anno scorso ho fatto una piccola ricerca. Dal gennaio 1997 (primo mese memorizzato) fino al giorno della mia ricerca, aveva scritto ben 4.334 articoli sull’economia americana; molti di questi erano informativi e ben documentati, ma ce n’era anche un notevole numero dedicato ad una qualche prossima, inevitabile catastrofe che si sarebbe abbattuta sull’economia degli USA.

Il fatto di essersi sempre, immancabilmente, sbagliati non li ha scoraggiati: continuano imperterriti a prevedere sciagure che non si verificano. L’ultima manifestazione di questa testarda eccentricità molto britannica ci è stata fornita, nel dicembre 2005, dall’editoriale principale, volto a sostenere che, dato l’orrendo deficit commerciale, il dollaro era destinato a non essere più moneta internazionale, a perdere il suo ruolo di moneta di riserva. In effetti, in quel periodo il dollaro era “debole”: il cambio con l’euro aveva superato $1,31. Tuttavia, la previsione della fine del dollaro come moneta di riserva non si è verificata, almeno nell’ultimo anno. Ed è così che, approfittando del fatto che il cambio con l’euro ha superato quota $1,33, a distanza di dodici mesi, imperterrito, The Economist ci ripropone il suo consueto, e sempre fin qui smentito, scenario da tregenda.

Con tutto il rispetto per le motivazioni del prestigioso settimanale, che verso l’America nutre lo stesso misto di invidia e complesso di superiorità tipico dei nobili decaduti, mi permetto di continuare a non condividere la sua teoria. Se, invece di concentrare la loro attenzione sui piccoli dettagli negativi, gli editorialisti britannici guardassero al quadro d’insieme, si renderebbero conto che il loro pessimismo non è suffragato dai dati.

Secondo i dati citati dalla loro stessa pubblicazione, infatti, il tasso di crescita dell’economia americana è del 3%, contro il 2,7% dell’economia britannica ed il 2,6% dell’area dell’euro. Il tasso di disoccupazione in USA è al 4,4%, contro il 5,6% dell’economia britannica ed il 7,8% dell’area dell’euro. La produzione industriale in USA cresce al 4,9%, nel Regno Unito dello 0,4%, nell’area dell’euro del 3,3%. Infine, la spesa per consumi aumenta ad un tasso del 6,1% in USA, del 3,9% in Gran Bretagna, e solo dell’1,4% nell’area dell’euro.

È vero che la Borsa è andata marginalmente meglio nell’area dell’euro (+14,3% rispetto al 30 dicembre 2005) che non in USA (+14,1%) o Regno Unito (+8,3%), ma è anche vero che l’indice dei titoli industriali americani ha raggiunto un livello che non ha precedenti, superando quota 12.000 nel corso dell’anno. Non mi sembra proprio che il quadro che emerge da questi dati confermi il pessimismo di The Economist sull’economia americana.

Naturalmente, il fatto che le cose vadano bene oggi non significa che debbano andare bene anche in futuro, ed è certamente più facile che si abbia un peggioramento quando le cose vanno bene che non quando vanno già male. Può darsi quindi che, se non si stancano di riproporla, la profezia di imminenti sciagure finisca col verificarsi.

Finora, tuttavia, sembrerebbe che questa ossessiva, iettatoria insistenza sui prossimi guai dell’America sia stata come un elisir di lunga vita per gli USA, la cui economia nell’ultimo quarto di secolo non ha conosciuto che isolati periodi di rallentamento, continuando a crescere ad un ritmo che non ha precedenti, del tutto incurante delle malefiche previsioni dei superfetati cugini albionici.

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