PRIVATE EQUITY, UN’OPPORTUNITA’
PER L’ ITALIA

13 dicembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Carlo Mantica e’ Director di Arnell Group (Omnicom Group), pro bono President Alumni Bocconi of New York e pro bono Marketing Officer NOVA Italian MBA Association. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – “Incontri con professionisti italiani di successo negli USA” e’ il titolo di una serie di eventi organizzati da Bocconi Alumni of New York e NOVA (Associazione Italiani MBA). L’ultimo di questi meeting e’ stato incentrato sulla testimonianza di Ottavio Serena di Lapigio, socio e managing director di Lincolnshire Management, un fondo di private equity Usa con $800 milioni di assets.

Serena ha introdotto l’argomento parlando del suo primo Leveraged Buy-Out (LBO), con oggetto la societa’ VM Motori (allora posseduta da Finmeccanica) concluso nel 1989 e cioe’ all’apice del periodo in cui le strutture finanziarie di LBO raggiungevano fino al 90% di debito e solo il 10% di capitale di rischio azionario. Oggi il capitale di rischio e’ normalmente il 25-35% della struttura finanziaria.

Due sono adesso le questioni fondamentali in questo comparto, secondo Serena: la frammentazione del mercato in mega fondi e fondi medi e la superiore performance dei fondi medi che riescono a “migliorare” le aziende acquisite creando maggiore partecipazione del management.

Il primo punto riguarda i profondi cambiamenti del settore del private equity. E’ un settore che ha visto un’enorme espansione: oggi piu’ del 25% delle acquisizioni di aziende vengono fatte da fondi di private equity. La concorrenza per trovare nuove aziende da comprare e’ agguerritissima, e le vendite di aziende diventano vere e proprie aste che fanno lievitare i prezzi di acquisto ed il capitale di rischio richiesto: di conseguenza i ritorni dei mega-fondi come Blackstone, KKR, TPG sono previsti in calo.

Per questo motivo i mega fondi sono sempre in cerca di transazioni di grande portata, e operazioni come quella della VM Motori sono ormai troppo piccole per i big del private equity. Sono nati cosi’ i mid-market funds.

Il secondo punto sottolineato da Serena riguarda le due principali differenze tra mega fondi e fondi mid-market (proprio come Lincolnshire).
I fondi mid-market riescono a comprare aziende a prezzi minori perche’ alcune societa’ di piccole dimensioni vengono ancora vendute al di fuori del sistema delle aste competitive. Inoltre i fondi mid-market riescono a migliorare la gestione aziendale in maniera piu’ incisiva perche’ spesso comprano societa’ “undermanaged”, e attraverso la corretta incentivazione del management e l’apporto di contatti con potenziali clienti/fornitori sono in grado di migliorarne l’operativita’.

Infine Serena ha lanciato un messaggio fiducioso sul Private Equity in Italia: nel nostro paese tante aziende che ancora non hanno fatto il salto di qualita’ da azienda familiare ad azienda manageriale potebbero beneficiare dell’afflusso di capitali e “managerial oversight” che i fondi di Private Equity portano con se’.

I managers italiani sono ancora poco incentivati. Infatti, tipicamente ricevono meno del 5% del capitale sociale come incentivo, al contrario dei loro colleghi americani che ricevono fino al 20%. E’ proprio questa l’arma segreta dei mid market fund e potrebbe diventare un’opportunita’ per molti manager di aziende medio piccole italiane in modo che possano diventare alla fine piu’ coinvolti nella compagine azionaria.

(L’evento di New York di Alub e Nova e’ stato sponsorizzato della Italy America Chamber of Commerce e dalla Promo, Camera di Commercio di Milano).

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