PRIMA INDUSTRIE: TITOLO ANOMALO DEL NM

23 maggio 2001, di Redazione Wall Street Italia

Prima industrie rappresenta una realtà anomala per il Nuovo Mercato italiano. Non si tratta di una start-up (è attiva dal ’77), produce utili, quota circa il 200% al di sopra del prezzo di collocamento, ha una struttura da public company (59,5% del capitale è flottante) e, nonostante una flessione dal massimo del 2000 del 50% circa, ha nettamente sovraperformato l’indice (che ha perso invece ben l’80% circa). Variabili chiavi del successo della società sono la sua alta redditività, il ruolo di leadership che può vantare in segmenti e nicchie di mercato profittevoli e i risultati di crescita costante e bilanciata.

Tutti questi fattori sono esplosi in maniera significativa nel 2000, che si è rivelato un anno di grazia, ma potrebbero non bastare nel 2001 a garantire la costanza del risultato. Infatti la società ha modificato il proprio perimetro di consolidamento, si trova quindi in una fase in cui i margini sono messi sotto pressione e sacrificati a favore della crescita legata agli investimenti. Questi nel medio-lungo periodo si tradurranno in una decisa marcia in più per lo sviluppo della società, ma nel breve (per tutto quest’anno e probabilmente anche per il prossimo) ne impatteranno negativamente i coefficienti di redditività e la qualità di risultati (con flessioni percentuali pur in presenza di significativi miglioramenti assoluti).

Le neo acquisite sono già in utile, ma non presentano lo stesso livello di efficienza di Prima Industrie: ci vorranno probabilmente non meno di due anni per portarle a regime. Fino ad allora pur producendo risultati positivi (la società conferma l’obiettivo di utile anche per il 2001) questi in termini relativi saranno inferiori e lo stesso Roe sarà impattato negativamente anche dall’aumento di capitale necessario a finanziare l’ultima acquisizione.

Il titolo oggi ha una capitalizzazione contenuta rispetto alla media di settore, ma un utile per azione posizionato sulla fascia alta della banda e un price-to-book-value quadruplo rispetto ai competitor: un rallentamento della crescita ne metterebbe inevitabilmente sotto stress la valutazione e l’appetibilità relativa.

Oggi la società presenta ancora una serie notevole di potenzialità, non ultima quella legata al portafoglio prodotti in fase di sviluppo, che dovrebbero generare un impatto positivo sulla crescita già dal prossimo anno. Tuttavia, se le nuove acquisizioni non hanno portato a una diluizione del fatturato pro-capite nonostante il nuovo personale che è entrato a far parte della struttura, già i conti della trimestrale 2001 hanno dato la misura dell’incidenza negativa sulla redditività.

Prima Industrie è una realtà che nasce come società di engineering ad elevata tecnologia e solo negli anni ‘80 diventa un vero e proprio operatore industriale. Tuttavia fino a quel punto si presentava senza alcuna focalizzazione, mettendo insieme nicchie profittevoli e non, in quasi totale assenza di sinergie. Negli anni ’90 dismette le attività non strategiche e si focalizza sull’attuale core business, che ruota intorno alla tecnologia laser, preoccupandosi di incrementare anche la rete di distribuzione.

Dalla metà degli anni ’90 inizia ad assumere l’attuale conformazione che le dà una spinta per crescere a un tasso medio del 28,5% all’anno in termini di vendite consolidate. Approda al Nuovo Mercato il 26 ottobre del ’99 e ha dedicato l’ultimo periodo a conseguire gli obiettivi indicati in sede di IPO, e cioè il consolidamento della leadership attraverso una crescita per linee esterne.

Se in fase di collocamento la società si presentava con un fatturato inferiore ai 100 miliardi di lire (e quindi nel terzo gruppo di player per dimensione, come sesto nella classifica globale), dopo soli due anni si trova nel secondo gruppo con un range di fatturato tra i 100 e i 200 miliardi di lire.

La vera concorrenza oggi per Prima Industrie è rappresentata solo dai due leader mondiali (oltre 2000 miliardi di lire di fatturato): la Trumpf e la nipponica Amada. L’incremento del giro d’affari si è per altro negli ultimi anni accompagnato a un’ottima combinazione di crescita in relazione con la redditività (misurata dal rapporto tra margine operativo e vendite): una misurazione su un arco di tre anni (in modo da smussare i picchi legati a eventi particolari) la vede primeggiare con la Trumpf in termini di combinazione dei due elementi, sebbene Prima Industrie sia più dinamica in termini di crescita e la società tedesca mantenga una leadership indiscussa nella redditività (in media del 15%).

I proventi dell’IPO sono stati utilizzati per l’acquisto della statunitense Convergent Energy, mentre la leva del debito e l’aumento di capitale saranno le fonti di finanziamento per pagare la neo acquisita Laserdyne (sempre americana). Le due acquisizioni hanno segnato un passo avanti nel completamento delle strategie di consolidamento elevato, visto che fino a quel momento Prima Industrie era stata creatrice di sistemi ma tra i maggiori acquirenti all’esterno di laser. Questo rappresentava un fattore di debolezza, che l’attuale possibilità di produzione interna ha consentito di superare.

L’integrazione tra la creazione di laser e quella di sistemi ha prodotto ovviamente il primo effetto diretto in forti sinergie, ma ha anche consentito l’accesso in segmenti in cui fino ad allora la società era assente o limitatamente presente. Uno per tutti quello dell’Aerosazio&Energia. Tra l’altro questo comparto, assolutamente anticiclico, si sta rivelando un ottimo paracadute in questa fase di rallentamento macroeconomico e soprattutto di stagnazione del libro ordini italiano per un fattore legato alle elezioni (la maggior parte degli utenti domestici sono piccole industrie per le quali il peso delle agevolazioni fiscali è notevole e che quindi hanno aspettato a muoversi in attesa della famigerata legge Tremonti).

Un altro vantaggio notevole generato dall’acquisizione della Laserdyne è stata la conseguente distribuzione geografica di sistemi laser, dato che la società USA era maggiormente esposta su Giappone e Nord America, mentre Prima Industrie presentava una presenza rilevante in Europa. In questo modo se nel 2000 il 34% dei ricavi sarebbero derivati dall’Italia, il 36% dal resto d’Europa e solo il 16% dagli Usa; con un consolidamento proforma della Laserdyne la contribuzione dell’Italia si posta di poco al 27%, scende ma resta omogenea quella Europea al 30%, ma quella americana balza al 26%.

Inoltre Laserdyne, lungi dal portare a una contrazione del giro d’affare a livello di proforma 2000 avrebbe prodotto un ulteriore incremento delle vendite consolidate (+86,9% 2000 su ’99 invece di +51%). Anche perché se prima del consolidamento il 36% dei ricavi in rapporto ai prodotti proveniva dai sistemi laser 3D e il 30% da quelli a 2D (con il 12% da prodotti elettronici, il 14% di servizi post-vendita e 8% da microcircuiti), considerando Laserdyne si genera un rafforzamento nell’area core del 3D con incidenza del 39%. Inoltre in termini di spaccato per settori il contributo della società americana ha consentito un balzo dal 3% al 13% dei ricavi da Aerospazio&Energia, a discapito contenuto dell’Automotive.

Il riposizionamento risulta particolarmente rilevante se si tiene conto che storicamente mentre il mercato delle apparecchiature è rimasto pressoché statico dalla metà degli anni ’80 a oggi (subendo anche tutta la crisi della recessione del ’91), il mercato dei sistemi laser è cresciuto di 5 volte ed è riuscito a superare, in quanto tecnologia avanzata, anche le fasi di crisi macroeconomica più accentuata. Se il tasso medio di crescita negli anni ’90 è stato del 12,5% per il mercato del laser, tra il 2000 e il 2004 è atteso con una dinamica del 14,7%, e solo dal 2005 si dovrebbe verificare un ridimensionamento su una media del 9,5%.

Oggi la società copre il 50% del mercato Nord Americano ed Europeo nell’Automotive e può garantire qui i tassi di crescita attraverso il driver rappresentato da un incremento del numero di modelli di beni prodotti dalle società acquirenti pur in caso di assenza di variazioni positive nei numeri, con un raddoppio in cinque anni dei ritorni sui sistemi flessibili. Prime Industrie (grazie soprattutto a Laserlyne) detiene il 50% del mercato mondiale del l’Aerospazio&Eenergia e potrà quindi beneficiare della ripresa di dinamismo di questo settore. E’ presente con una quota del 7%-8% nel mercato della lavorazione di metalli e acciaio (su un giro d’affari complessivo stimato in 2000 miliardi a livello mondiale), ma ha ancora una presenza trascurabile nel comparto dei circuiti. In tutti questi settori prima Industrie è attiva con vantaggi strategici legati alla flessibilità, alla superiorità della qualità del prodotto offerto, all’elevata efficienza dei costi e ai tempi rapidi di arrivo sul mercato.

Non a caso in ogni settore di operatività tra i clienti sono annoverati i leader indiscussi: nell’Automotive si va da Volvo a DaimlerCrhysler, Nissan, Ford, Iveco, Fiat, Giugiaro, Harley-Davison, GM; nella lavorazione dei metalli basta nominare la Nippon Steel, Xerox, Whirpool, Gillette, Electrolux; nell’Aerospazio&Energia la Siemens, Honeywell, Rolls-Royce, Alstom, Mitsubishi, Boeing. E nonostante la presenza minima nel segmento della microelettronica, qui pure i referenti sono tra i più qualificati: Motorola, Texas Instruments, IBM, Saipem, ABB, AT&T, Lucent Technologies, Kodak.

*Donatella Principe è responsabile della ricerca economica presso il centro studi del Gruppo
Banca Popolare di Vicenza.

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