Previsioni di mercato, come utilizzarle al meglio

24 novembre 2017, di Daniele Chicca

Le previsioni di mercato di banche d’affari e gestori di fine anno non sono solo un esercizio utile a chi le fa, ma possono risultare utili anche per chi se ne vuole servire per i propri investimenti e strategie di portafoglio: a una condizione: “che siano chiare le premesse su cui è stato costruito”. Lo dice Alessandro Fugnoli nella sua ultima newsletter settimanale alla clientela di Kairos, secondo cui bisogna essere critici nei confronti di quello che si esamina – valutando le variabili che sono state considerate dall’analista di turno – e bisogna prendere in considerazione elementi ulteriori come gli scenari politici e fattori interni al mercato.

Nel report “Il Rosso e il Nero” uno degli strategist più seguiti a Piazza Affari fa una differenziazione tra i vari tipi di previsioni. Da una parte ci sono gli economisti con le loro previsioni sulla crescita, sull’occupazione e sull’inflazione, da un’altra gli osservatori della politica monetaria che, sulla base di quello che hanno detto gli economisti e considerando l’orientamento delle banche centrali, prevedono l’evoluzione dei tassi lungo tutta la curva. Gli analisti di credito aggiungono alla curva dei tassi la loro previsione sugli spread di credito.

In parallelo gli analisti valutari producono le loro previsioni sui cambi e “in fondo alla catena gli strategist azionari assemblano le stime sui tassi e sui cambi con quelle degli utili prodotte dal basso dagli analisti che studiano le singole società e producono una stima dall’alto che è tipicamente diversa dalla somma delle singole stime dal basso perché tiene conto di variabili aggiuntive, come ad esempio il posizionamento del mercato”.

L’analisi politica e geopolitica, e in particolare le previsioni sulla politica fiscale, dovrebbero entrare in tutte le fasi del processo ma questo nella pratica a volte non succede perché la politica viene implicitamente considerata impossibile da modellizzare e prevedere. Anche se in alcuni casi come quello della Germania, gli sviluppi politici sembrano diventati quasi insignificanti rispetto alle notizie sui fondamentali dell’economia e del settore privato, come ha ricordato Deutsche Asset Management di recente, “chi utilizza le previsioni non deve mai dimenticare i limiti” delle previsioni che non tengono conto degli scenari politici.

Il primo motivo “è la linearità, ovvero la mancanza di retroazioni. I modelli econometrici, ad esempio, fino al 2008 non includevano l’andamento degli asset finanziari e reali e li consideravano un semplice effetto delle variabili macro, mai una causa. Oggi, dopo avere constatato gli effetti prodotti dai mercati sull’economia durante la Grande Recessione, questa distorsione è stata corretta, ma ancora non del tutto”.

“Il secondo limite è psicologico. L’analista a valle deve partire dalle conclusioni che gli comunica l’analista a monte anche quando non le condivide ed è tenuto a tenere per sé l’eventuale dissenso. Questo lo trasforma da previsore (sarà A e poi B) in modellizzatore (se A, allora B)”.

In sintesi, chi legge una previsione deve sforzarsi di capire quante variabili sono state considerate e come sono state messe in relazione tra loro. “Quando le variabili sono poche le stime possono suonare fin troppo perfette e precise, quando sono invece numerose le stime tendono a sembrare caotiche e prive di una logica interna”.

Le previsioni per il 2018

Secondo Fugnoli le previsioni per l’anno venturo “sono più facili del solito per la prima parte della catena di montaggio (economia e politica monetaria) ma sono più difficili, rispetto agli ultimi anni, per l’ultima parte, in particolare la borsa”. La ragione è che la prima parte viene ormai offerta prefabbricata dalle banche centrali.

“Sappiamo così che la liquidità globale toccherà un massimo storico tra il secondo e il terzo trimestre e poi inizierà molto dolcemente a declinare e che la crescita sarà ancora buona nel 2018 ma sarà meno brillante nel 2019. Sappiamo che la Fed alzerà i tassi almeno tre volte e che la Bce li alzerà a metà 2019, che la curva europea si farà più ripida e quella americana più piatta, senza che l’appiattimento sia per forza quell’anticamera della recessione di cui alcuni parlano. Sulle borse sappiamo che gli utili saliranno ancora parecchio negli Stati Uniti (se ci sarà la riforma fiscale, ormai in dirittura d’arrivo) e non molto in Europa, dove molto dipenderà dall’euro. Ancora bene il Giappone, qualche dubbio sulla Cina. A calcolare solo utili e tassi le borse potranno ancora salire, anche se sempre più piano, per tutto il 2018 e 2019 (Kostin di Goldman spinge l’ottimismo fino a tutto il 2020). Ma c’è un ma”.

Non si tratta tanto di politica, che pure continuerà a regalarci emozioni in Spagna, Germania, Italia e, verso fine 2018, Stati Uniti, quanto piuttosto di fattori interni al mercato, “il suo sbilanciamento e il suo essere vulnerabile a un aumento della volatilità, il suo essere sempre più concentrato su Etf passivi, magari a leva, in mano a investitori con bassa propensione al rischio e pronti a vendere subito in caso di ribasso. Più i mercati salgono, più si spingono tra atmosfere rarefatte (anche se legittimamente sospinti dagli utili), più le banche centrali ritirano la liquidità in eccesso, più ci si adagia tutti quanti in una sensazione di bonaccia permanente, più l’attività di trading viene delegata ai robot e più sale il rischio di flash crash, ovvero di ribassi tanto brevi quanto profondi”.

A questo punto Fugnoli fa l’esempio della criptovaluta più popolare e dal mercato più volatile al mondo: il Bitcoin. La divisa digitale è soggetta “periodicamente a flash crash terrificanti che, magari per pochi secondi, ne azzerano il valore. Non tutti gli strumenti finanziari sono quotati in forme che prevedono la sospensione del trading oltre un certo livello di ribasso. Il limit down esiste ad esempio per i futures sugli indici, ma non per i singoli titoli. Ci sono poi strumenti che prevedono l’autoliquidazione automatica in caso di perdita di valore”.

“Da qui in avanti non basterà quindi avere ragione sulla tendenza delle borse, tutto sommato ancora positiva, e prevedere il momento delle correzioni (per Potts a inizio 2018, come sell the news sulla riforma fiscale, per Hartnett nella seconda parte dell’anno, come reazione a una prima parte senza freni). Bisognerà anche stare attenti agli ordini di vendita stop loss e magari, per chi si rammarica di avere perso il treno del grande rialzo, inserire qualche ordine di acquisto su titoli buoni e ben diversificati con un limite di prezzo molto al di sotto del valore attuale”.

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