Petrolio visto a $16,50: per banche sarebbe la fine

2 marzo 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Il collasso dei prezzi del petrolio in atto da ormai un anno e mezzo rappresenta una svalutazione da livelli che sono da considerare non ortodossi, dovuti a sovra investimenti in oro nero e materie prime per via del capitale a basso costo disponibile sul mercato in anni di eccessi.

Lo riferisce Art Berman, geologo specialista del settore petrolifero, secondo cui i prezzi sono destinati a sgonfiarsi ancora, fino a $16,50 al barile. “Ci arriveremo penso. Non torneremo indietro, condizioni di normalità appartengono al passato e non c’è ancora un ‘nuovo normale’ all’orizzonte”.

Secondo l’esperto del settore, l’Iran potrebbe diventare un alleato prezioso di Stati Uniti ed Europa. Anche solo pensare che Teheran e Iraq collaboreranno con l’Arabia Saudita è ridicolo, mentre la Repubblica Islamica, al cui potere ora ci sono leader politici relativamente moderati, non è una concorrente diretta degli Stati Uniti nel mercato del greggio.

I prezzi rischiano di scendere ancora secondo Berman. “Valori sui 30 dollari al barile, in realtà, sono l’unica strada che può portare a un mercato del petrolio equilibrato e in grando di generare tassi di crescita maggiori“.

Detto questo finché gli americani non riducono l’offerta loro per primi, l’Opec non potrà ridurre in maniera consistente il valore del petrolio. Se il valore del greggio scenderà a 16 dollari, poi, per le banche esposte nel settore minerario e petrolifero “sarebbe la fine”.

Come ha detto una volta Nate Hagens, esperto di finanza e risorse naturali, “la gente è convinta che l’economia sia determinata dai soldi, ma in realtà dipende dall’energia“.

Di seguito riportiamo l’intervista integrale a Berman con sintetizzati i suoi interventi più salienti.

19:30 – L’idea che Iran e Iraq possano collaborare con l’Arabia Saudita è ridicola.

22:30 – I numeri dell’Agenzia dell’Energia Atomica sono solo stime e quasi sicuramente sono sbagliate.

24:00 – Le cifre dell’AIE non dicono che i consumi siano calati in modo drastico.

24:40 – La produzione Usa deve calare molto di più prima che l’Opec possa intervenire e influire sull’andamento dei prezzi.

29:00 – A prescindere da quello che la gente possa pensare, il numero di pozzi petroliferi continua ad aumentare!

31:30 – La produzione Usa non è necessariamente in concorrenza diretta con l’Iran.

33:15 – Finché le scorte rappresentano l’80% della capacità o più, i prezzi del petrolio rimarranno sotto intensa pressione.

35:45 – Il vero prezzo del cosiddetto ‘breakeven’ – necessario per avere attività redditizie – dei principali gruppi americani di petrolio di scisto è di 60-70 dollari al barile e non 30-35 dollari come scrivono o vogliono fare credere dirigenti e media mainstream.

38:40 – Gli operatori di petrolio di scisto “non hanno più soldi“.

39:00 – Se gli investitori abbandonano i gruppi di gas di scisto, i loro asset perdono valore e il loro debito finisce di riflesso nei guai.

40:45 – È ovvio che la situazione degenerà presto, è solo una questione di capire quando tutto crollerà.

40:55 – Vede situazioni simili a quelle viste nel film candidato agli Oscar “La Grande Scommessa” (“The Big Short”).

46:30 – Whiting Petroleum è rimasta senza soldi, ha fatto un’operazione di fusione aziendale sbagliata e ora non trivella più perché non le rimangono altre opzioni. All’aziendo non importa nulla degli azionisti, sono disperati.

48:05 – I gruppi di raffinerie petrolifere del Midwest stanno riducendo gli acquisti di petrolio perché non stanno riscontrando una domanda sufficiente.

50:00 – Prezzi scenderanno a quota $16,50 al barile: “I think we’re gonna get there”.

53:00 – Gli investimenti nelle sabbie bituminose “sono morti”.

55:00 – Metà delle società di gas di scisto farà crac.

Fonte: MacroVoices

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