Petrodollaro addio: Cina e sauditi puntano sullo yuan

12 ottobre 2017, di Mariangela Tessa

La Cina “obbligherà” l’Arabia Saudita a vendere petrolio in yuan. E quando ciò accadrà, gli altri attori del mercato petrolifero seguiranno l’esempio, abbandonando il dollaro Usa come valuta di riserva mondiale.

È l’opinione di Carl Weinberg, capo economista e amministratore delegato di High Frequency Economics, che in un’intervista alla CNBC ha sottolineato come Pechino stia diventando player mondiale sul fronte della domanda petrolifera. prendendo il posto degli Stati Uniti come “più grande importatore di petrolio sul pianeta”.

Un trend che l’Arabia Saudita non può non considerare:

“anche perché entro al massimo due anni la domanda cinese supererà quella Usa”, ha detto Weinberg.

Negli ultimi anni, sono stati numerosi i paesi ad opporsi al fatto che il dollaro sia la moneta di riserva mondiale. In prima fila la Russia e la Cina, che hanno cercato di svincolarsi il più possibile dal vincolo dei dollari nel mercato petrolifero. Entrambi i paesi hanno anche aumentato le loro riserve in oro, in previsione del crollo del dollaro.

Anche il Venezuela spicca tra i detrattori del petrodollaro. Lo scorso 15 settembre, il ministero venezuelano del petrolio venezuelano ha comunicato che il prezzo medio del petrolio sarà calcolato in yuan cinesi.

La decisione non è altro che la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana.

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