PERCHE’ SI DICONO TANTE SCIOCCHEZZE NEL DIBATTITO ECONOMICO IN ITALIA?

26 novembre 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Sandro Brusco è Associate Professor and Director of Graduate Studies, SUNY – Stony Brook University, Department of Economics. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – La leggerezza e l’ignoranza con cui tanti temi di politica economica sono discussi in Italia dai media e dai policy makers è assolutamente sorprendente. Molto spesso si tratta semplicemente di una quasi congenita incapacità a raccogliere i dati rilevanti e organizzarli in modo minimamente coerente. Andrea ha discusso un esempio recente sui mutui; un altro esempio è l’ossessiva ripetitività con cui i media italiani riportano periodicamente in modo allarmato il ‘calo occupazionale nella grande industria’, apparentemente senza accorgersi che è da un bel pezzo che l’occupazione si crea altrove.

Ma c’è qualcosa di più, un difetto che possiamo chiamare di natura squisitamente teorica. Agli economisti piace molto citare questo pezzo di Keynes, tratto dalla Teoria Generale:

The ideas of economists and political philosophers, both when they are right and when they are wrong, are more powerful than is commonly understood. Indeed the world is ruled by little else. Practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influence, are usually the slaves of some defunct economist. Madmen in authority, who hear voices in the air, are distilling their frenzy from some academic scribbler of a few years back.

[Traduzione. Le idee degli economisti e dei filosofi politici, giuste o sbagliate, sono più potenti di quanto si creda. Gli uomini pratici, che si ritengono completamente liberi da ogni influenza intellettuale, sono generalmente schiavi di qualche economista defunto. Governanti senza giudizio che ascoltano voci nell´aria, stanno in realtà distillando i loro deliri da qualche scribacchino del passato].

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La ragione principale per cui tale pezzo ci piace tanto (a parte, naturalmente, il fatto che siamo ridicolmente vanitosi) è che su questo punto Keynes ha sostanzialmente ragione. Nessuno, per quanto si professi scevro da influenze ideali e guidato esclusivamente dalla pratica, può veramente ragionare su materie di una certa complessità senza uno schema concettuale.

I molti ragionamenti curiosi che vengono continuamente proposti, e che c’entrano con l’economia moderna come il cavolo a merenda, sono dunque frutto di una qualche modello teorico. Michele si è recentemente lamentato delle spiegazioni bizzarre che vengono continuamente offerte per spiegare i persistentemente bassi salari italiani, ma questa è lungi dall’essere l’unica area in cui le corbellerie abbondano. Per capire il fenomeno non basta quindi lamentare genericamente l’ignoranza dei più. Se esiste uno schema concettuale comune che sta alla base di tanti ragionamenti errati è importante individuarlo e capirlo.
Qual è, dunque, tale schema concettuale? Possiamo chiamarlo ‘il modello dei bisogni fissi e dei fattori fissi di produzione’. Si tratta, semplificando, di un”interpretazione particolarmente rozza dei modelli di Sraffa e Leontief che per brevità chiamerò in seguito il modello superfisso. Tale modello economico è in auge particolarmente tra sindacati e sinistra radicale, ma è pure assai diffuso anche in altri schieramenti politici cosi come tra pensatori indipendenti alla Beppe Grillo. I suoi elementi di base si possono descrivere come segue.


Primo, i bisogni sono fissi. Uno mangia x etti di pasta in un mese, consuma z paia di scarpe e percorre y chilometri in macchina. Tali bisogni vanno comunque soddisfatti, indipendentemente dai prezzi; il risparmio è una variabile residuale. Una prima conseguenza è che, se i prezzi salgono, i consumi restano gli stessi, indipendentemente dal reddito. Inoltre, il risparmio, essendo residuale, è determinato dall’inflazione.


Non solo il livello assoluto dei prezzi è irrilevante: anche i prezzi relativi (i rapporti fra i prezzi di due beni diversi) lo sono. Infatti, se i bisogni sono fissi, ne discende che esiste una quantità fissa per ciascun bene da produrre. Se il prezzo della pasta scende e quello delle scarpe sale non potrò mettermi la pasta ai piedi: sempre x etti di pasta e z paia di scarpe dovrò consumare.


Secondo, sono fissi anche i metodi di produzione. Per produrre una scarpa ci vuole x cuoio, z macchine e y lavoro. Ne discende che non solo i prezzi relativi dei beni, ma anche i prezzi relativi dei fattori di produzione sono irrilevanti, dato che comunque la stessa combinazione di capitale, lavoro e materie prime va usata in ogni caso. Siccome poi i bisogni, e quindi la quantità di cose da produrre, sono anch’essi fissi, risulta fissa e non dipendente dai prezzi relativi la quantità totale di fattori (in particolare, il lavoro) che viene impiegata in una economia.

Terzo, il mondo non cambia. La gente ha bisogno di mangiare sempre gli stessi quantitativi di pasta, di usare lo stesso numero di scarpe e di percorrere lo stesso numero di chilometri in macchina, anno dopo anno. Tali beni verranno inoltre prodotti allo stesso modo: non esiste progresso tecnologico, se non quello uniforme che, cambiando tutto nella stessa proporzione, non cambia nulla. Non ci sono pertanto rilevanti fluttuazioni nella produzione dei beni di consumo, il ché a sua volta implica che non ci sono rilevanti fluttuazioni nell’occupazione dei fattori di produzione, in particolare il lavoro.

Ho ovviamente sovrasemplificato, nessuno crede veramente che non ci sia progresso tecnico. Ma il punto cruciale è che il modello nega l’esistenza di un importante ruolo allocativo dei prezzi, tanto nelle decisioni di consumo come in quelle di produzione. Una volta eliminato il ruolo allocativo, ai prezzi resta un ruolo meramente redistributivo. Chi, come me, era giovinetto negli anni Settanta ricorderà probabilmente lo slogan sindacale del ‘salario come variabile indipendente’. Il riferimento concettuale di tale slogan era esattamente il modello superfisso, per cui un aumento del salario non crea altra conseguenza che un maggiore afflusso di risorse al fattore lavoro. Si noti che questo è diverso dall’affermare che, dal punto di vista empirico, le conseguenze avverse di un aumento dei salari sull’occupazione sono ridotte; questo è un esercizio pienamente legittimo, che è stato al centro per esempio del dibattito sulla ‘minimum wage’ negli USA. Qui stiamo parlando di una cosa diversa, ossia della negazione totale di un qualunque legame teorico tra il livello del salario reale e l’occupazione.

La mia tesi è che il modello superfisso fornisce una spiegazione semplice e unificata di tanti errori concettuali che vengono continuamente ripetuti, tanto dalla gente comune come dai media e dai politici. Il modello ha infatti le seguenti implicazioni.

1) La tassazione dei redditi e dei consumi non genera alcuna perdita di efficienza, e si concreta semplicemente in un trasferimento della ricchezza da un settore all’altro. Per esempio, un recente provvedimento del governo ha abolito lo ‘scalone’, un provvedimento equivalente all’abbassamento dell’età pensionabile per un sottogruppo di lavoratori, finanziando parzialmente la maggiore spesa con un aumento dei contributi sociali sui lavoratori atipici. Tale provvedimento è stato particolarmente applaudito da sinistra radicale e sindacati. Come si può con tanta leggerezza, ci si chiede, aumentare il costo del lavoro e rischiare quindi di aumentare la disoccupazione? La risposta è semplice: nel modello superfisso tale rischio semplicemente non esiste, dato che l’impiego del fattore lavoro è fisso.

2) Essendo tutto fisso, ora e per sempre, è anche irrilevante la forma contrattuale che si adotta per l’acquisto dei fattori di produzione. Per produrre 10 tonnellate di pasta l’anno servono, diciamo, due lavoratori. Assumerli a tempo indeterminato o a tempo determinato non fa alcuna differenza, dato che tanto si produrranno 10 tonnellate di pasta l’anno per sempre. Quindi, se d’imperio si trasformano i contratti a tempo determinato in contratti a tempo indeterminato, l’unica conseguenza è di carattere distributivo. I lavoratori a tempo indeterminato non possono essere minacciati da licenziamento, hanno maggiore potere contrattuale e quindi spuntano salari più alti. Non esiste alcuna altra conseguenza negativa.

3) Mi è spesso capitato di sentire parenti e amici lamentarsi dell’inflazione ‘provocata dall’euro’. Le cifre che si sentivano menzionare e che venivano frequentemente ripetute parlavano di livelli inflazionistici a due cifre, tra il 20% e il 50%. Le cifre erano palesemente assurde, dato che implicavano una diminuzione dei salari reali estremamente drastica; a sua volta una simile drastica riduzione non poteva che avere drammatiche conseguenze macroeconomiche. Ma quando mi azzardavo a chiedere a parenti e amici come la terribile inflazione avesse cambiato le loro abitudini di consumo, ricevevo normalmente solo occhiate incuriosite. A nessuno, apparentemente, veniva in mente che cambiamenti tanto forti nei prezzi dovessero modificare il comportamento individuale di consumo (e, ancora meno, che dovessero avere un effetto macroeconomico di prima grandezza). Un modo di ragionare tipico del modello superfisso.

4) Se il ruolo dei prezzi è principalmente redistributivo, allora le liberalizzazioni e più in generale il modo in cui sono organizzati i mercati non risultano rilevanti per l’efficienza, dato che comunque la stessa quantità di beni viene comprata e venduta. Questo spiega lo scarso entusiasmo a favore delle liberalizzazioni che caratterizza tanta parte dei nostri politici, sia a sinistra che a destra. Per esempio, liberalizzare le licenze di taxi per far scendere i prezzi non genera un aumento di persone che usano il taxi e quindi di occupazione nel settore. La gente va in taxi solo quando ci deve andare, e ci va indipendentemente dal prezzo. Far scendere i prezzi della corsa in taxi serve solo a trasferire reddito dai tassisti ai consumatori dei loro servizi. Essendo questi ultimi persone dal reddito medio abbastanza alto, non pare esservi alcuna buona ragione per liberalizzare il settore. Lo stesso ragionamento ovviamente si applica a molti altri settori.

5) Se si vogliono manipolare i prezzi a fini redistributivi, in un mondo superfisso risulta assai più efficace intervenire mediante la fissazione d’imperio di prezzi e tariffe piuttosto che mediante liberalizzazioni e privatizzazioni. Tale fissazione d’imperio può avvenire o mediante interventi di carattere amministrativo o mediante la proprietà pubblica delle imprese che producono i beni il cui prezzo si intende controllare. In nessuno dei due casi si verificano inefficienze allocative.

6) Dato che la quantità di lavoro è fissa, un modo efficace di ridurre la disoccupazione è quello di mandare in pensione anticipatamente i lavoratori anziani. In tal modo, il loro posto verrà immediatamente occupato dai più giovani. L’incremento della spesa pensionistica non è ovviamente un problema, può essere finanziata senza alcun costo per l’efficienza economica mediante un aumento delle tasse.

Mi fermo qui, il pezzo è già troppo lungo. Sono convinto che tanti altri ragionamenti bislacchi sono facilmente giustificabili se si ipotizza che la gente ha in mente il modello superfisso. Il modello implica anche, si noti, che in generale i problemi di incentivo sono poco rilevanti; quando tutto è fisso c’è un modo solo di far le cose, ed è facile controllare se le fai o non le fai. E questa, da sola, è un’altra enorme fonte di errori.

Ovviamente, al modello superfisso si applica lo stesso giudizio che il mitico ragionier Fantozzi diede de ‘La corazzata Potemkin': trattasi di una cagata pazzesca. Ma, a tutta evidenza, trattasi anche di cagata estremamente diffusa e per questo estremamente pericolosa.

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